Il Codice non chiede soltanto di informare la popolazione: parla di partecipazione, conoscenza, autoprotezione e responsabilità. Ma partecipare non significa improvvisarsi soccorritori.

Quando parliamo di Protezione Civile immaginiamo quasi sempre qualcuno che deve fare qualcosa per noi.

Il Comune deve informarci.
Il Sindaco deve decidere.
I volontari devono intervenire.
I Vigili del fuoco devono soccorrere.
La Regione deve emanare l’allerta.

E il cittadino?

Aspetta.

Riceve il messaggio, guarda il colore dell’allerta, legge il post del Comune e, se accade qualcosa, aspetta che qualcuno arrivi.

Eppure il Codice della Protezione Civile descrive un modello molto diverso.

Il Capo V del D.Lgs. 1/2018 è dedicato proprio alla partecipazione dei cittadini e al volontariato organizzato. E l’articolo 31 non considera il cittadino un destinatario passivo dell’azione pubblica: parla espressamente di partecipazione, conoscenza del rischio, autoprotezione e possibilità di concorrere alle attività di Protezione Civile.

È un passaggio che, a mio avviso, abbiamo ancora sfruttato troppo poco.

Prima ancora dell’emergenza

La partecipazione del cittadino non comincia quando arriva l’acqua in strada: comincia molto prima.

L’articolo 31 stabilisce che il Servizio nazionale promuove iniziative finalizzate ad accrescere la resilienza delle comunità, favorendo la partecipazione dei cittadini — singoli o associati — anche alla pianificazione di Protezione Civile e alla diffusione della conoscenza e della cultura del sistema.

Questo passaggio va letto insieme all’articolo 18 del Codice, che nella costruzione della pianificazione prevede la partecipazione dei cittadini, secondo modalità che garantiscano trasparenza.

È una prospettiva molto più avanzata del semplice:

“Abbiamo pubblicato il Piano sul sito del Comune.”

Pubblicare un documento non significa coinvolgere una comunità.

Un cittadino che vive da trent’anni vicino a un torrente può conoscere una criticità che una carta tecnica non racconta.

Chi vive in una contrada isolata sa quale strada diventa impraticabile con certe condizioni meteorologiche.

Un genitore può segnalare che il percorso previsto verso un’area di attesa attraversa un punto problematico.

Un’associazione può conoscere fragilità sociali che non emergono da una mappa.

Queste conoscenze non sostituiscono naturalmente le valutazioni tecniche, ma possono integrarle con elementi che nascono dall’esperienza quotidiana del territorio.

Partecipare non significa decidere al posto delle istituzioni, ma portare conoscenza dentro il processo decisionale.

Il sistema deve informare. Ma il cittadino deve poter capire

Il Codice assegna anche una responsabilità molto precisa alle istituzioni.

Le componenti del Servizio nazionale devono fornire ai cittadini informazioni sugli scenari di rischio e sull’organizzazione dei servizi di Protezione Civile del proprio territorio, anche perché possano adottare misure di autoprotezione.

È esattamente il punto sul quale torno spesso.

Dire:

“Domani allerta arancione. Prestare massima attenzione.”

non basta.

Il cittadino deve sapere che cosa quella situazione può significare nel luogo in cui vive.

  • Quali sono le zone vulnerabili?
  • Dove sono le aree di attesa?
  • Quali sottopassi possono diventare pericolosi?
  • Come riceverà le comunicazioni ufficiali?
  • Chi deve chiamare?
  • Che cosa deve evitare?
  • Se deve allontanarsi da casa, dove deve andare?

La conoscenza non è un accessorio della Protezione Civile.

Il Codice la colloca tra le attività di prevenzione non strutturale e parla espressamente di diffusione della cultura di Protezione Civile, comportamenti consapevoli e misure di autoprotezione. Prevede anche il coinvolgimento delle istituzioni scolastiche.

Quindi informare i cittadini non significa semplicemente trasmettere un avviso.

Significa metterli nelle condizioni di comprendere e agire.

Autoprotezione non significa “arrangiati”

Qui però serve una distinzione fondamentale.

Negli ultimi anni utilizziamo sempre più spesso la parola autoprotezione.

È corretta.

Ma può diventare pericolosa se viene interpretata male.

Autoprotezione non significa:

“Lo Stato ti ha avvisato, adesso arrangiati.”

E non significa nemmeno trasformare ogni cittadino in un piccolo soccorritore.

Significa conoscere il rischio e adottare comportamenti che riducano l’esposizione propria e delle persone vicine.

Al cittadino non si chiede di assumere competenze tecniche o responsabilità che spettano ad altri. Gli si chiede invece di conoscere il rischio del luogo in cui vive, sapere come comportarsi e comprendere il funzionamento del sistema di Protezione Civile.

  • Non scendere in un garage che si sta allagando.
  • Non attraversare un sottopasso invaso dall’acqua.
  • Sapere dove si trova una persona fragile della propria famiglia.
  • Conoscere le vie sicure.
  • Seguire le indicazioni dell’autorità.
  • Prepararsi prima.

Sono azioni semplici, ma possono fare una differenza enorme.

E soprattutto dimostrano che responsabilità pubblica e responsabilità individuale non sono alternative.

La pianificazione spetta al Comune, le decisioni al Sindaco, l’informazione al sistema; al cittadino spetta conoscere il rischio e comportarsi responsabilmente. La sicurezza nasce quando queste responsabilità riescono a incontrarsi.

Il cittadino può aiutare. Ma non può improvvisare

L’articolo 31 contiene poi un passaggio molto interessante.

Il cittadino può concorrere alle attività di Protezione Civile attraverso il volontariato organizzato, acquisendo le conoscenze necessarie per operare in modo efficace, integrato e consapevole. In determinate condizioni può inoltre agire occasionalmente, a titolo personale, per primi interventi immediati riferiti al proprio ambito personale, familiare o di prossimità, coordinandosi con il sistema organizzato.

Questa precisazione è decisiva.

Perché cittadinanza attiva non significa volontariato spontaneo senza regole.

Se durante un’alluvione cento persone decidono autonomamente di entrare in un’area pericolosa perché vogliono aiutare, non abbiamo necessariamente cento risorse in più.

Potremmo avere cento persone da proteggere.

La buona volontà non sostituisce formazione, DPI, coordinamento e conoscenza dello scenario.

È esattamente la stessa distinzione che vale per il volontariato organizzato: l’articolo 32 lega il volontario alla formazione e alla preparazione necessarie per concorrere efficacemente ai bisogni della comunità.

Il messaggio è chiaro: partecipare sì, improvvisare no.

La cittadinanza attiva comincia nei giorni normali

Forse è questo il punto che dovremmo recuperare.

Abbiamo associato la partecipazione alla Protezione Civile quasi esclusivamente all’emergenza.

Ma il contributo più utile di un cittadino spesso avviene quando non sta succedendo nulla.

  • Quando partecipa a un incontro sul Piano comunale.
  • Quando conosce il rischio del proprio quartiere.
  • Quando segnala attraverso i canali corretti una criticità.
  • Quando partecipa a un’esercitazione.
  • Quando insegna ai figli che un torrente non è soltanto un elemento del paesaggio.
  • Quando sa dove si trova l’area di attesa del proprio Comune.
  • Quando, davanti a un’allerta, cerca la fonte istituzionale invece del titolo più spettacolare sui social.

Questa è cittadinanza attiva.

Non significa sostituirsi a chi amministra.

Significa non essere estranei al territorio nel quale viviamo.

E qui entra la scuola

Se vogliamo davvero cambiare il modello, dobbiamo partire prima.

Il Codice inserisce tra le attività di prevenzione non strutturale la diffusione della conoscenza e della cultura di Protezione Civile, anche attraverso il coinvolgimento delle istituzioni scolastiche, con l’obiettivo di favorire comunità resilienti e comportamenti consapevoli.

Il richiamo alla scuola, quindi, non è marginale: indica chiaramente che la cultura di Protezione Civile deve essere costruita prima dell’età adulta e non scoperta durante un’emergenza.

Un bambino che impara oggi a leggere il proprio territorio avrà domani strumenti in più per comprenderne i rischi e affrontarli con consapevolezza.

Un ragazzo che conosce il Piano comunale non diventa un tecnico.

Diventa un cittadino più consapevole.

È anche per questo che continuo a credere che la cultura di Protezione Civile non possa essere affidata soltanto a una giornata all’anno, a una brochure o alla buona volontà di qualche associazione.

Deve diventare un percorso.

Da destinatari a parte della comunità

La Protezione Civile non può essere costruita secondo uno schema nel quale da una parte esiste “il sistema” e dall’altra esistono “i cittadini da proteggere”.

Naturalmente esistono responsabilità pubbliche precise e non trasferibili.

Ma una comunità resiliente non è una comunità alla quale qualcuno promette che non accadrà nulla.

È una comunità che conosce i propri rischi, sa quali istituzioni devono intervenire, conosce i propri comportamenti e partecipa alla costruzione della propria sicurezza.

Questo, in fondo, è ciò che il Codice ci sta dicendo.

La Protezione Civile non è qualcosa che qualcuno fa semplicemente per noi. È un sistema pubblico nel quale istituzioni, strutture operative, volontariato e cittadini hanno ruoli diversi e responsabilità diverse.

La partecipazione del cittadino comincia dalla conoscenza: capire il territorio in cui vive, conoscere i rischi, sapere dove trovare le informazioni ufficiali e adottare comportamenti corretti.

È forse questo il passaggio culturale ancora da compiere: smettere di considerare il cittadino soltanto come destinatario della Protezione Civile e riconoscerlo come parte consapevole della comunità che vogliamo rendere più preparata.

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