A poco più di un anno e mezzo dall’alluvione che il 2 novembre 2023 colpì duramente la Toscana, la Procura di Prato ha chiuso le indagini e depositato undici richieste di rinvio a giudizio per omicidio colposo e disastro colposo. Sono coinvolti amministratori, dirigenti comunali e tecnici di diversi enti, con la prima udienza fissata per il 19 novembre. Un evento giudiziario che segue un evento tragico: due vittime, decine di famiglie sfollate, attività economiche messe in ginocchio e danni stimati in milioni di euro.

Questa vicenda ci obbliga a una riflessione più ampia, che va oltre il caso di Prato e riguarda il nostro approccio alla gestione del territorio. Non è più il momento di tergiversare, né di cercare rifugio nell’alibi dell’evento eccezionale.

Un Paese fragile, ma non impreparabile

L’Italia è un Paese fragile per conformazione naturale: corsi d’acqua rapidi, versanti montani instabili, città cresciute velocemente e spesso senza una pianificazione adeguata. Tuttavia, la nostra normativa è chiara: il D.Lgs. 1/2018 – Codice della Protezione Civile stabilisce che i sindaci sono autorità di protezione civile, con il compito di prevenire e gestire il rischio sul proprio territorio. La pianificazione comunale di emergenza, la manutenzione ordinaria e straordinaria, la collaborazione con gli enti tecnici (Genio Civile, Consorzi di Bonifica, Autorità di Bacino, ARPA) e il coinvolgimento dei volontari sono strumenti previsti e disponibili.

Questo significa che l’evento straordinario non può essere un alibi assoluto. La legge, la scienza e l’esperienza ci dicono che, pur non potendo impedire ogni alluvione, possiamo ridurne l’impatto e salvare vite umane.

Dalla logica dell’emergenza al presidio del territorio

Oggi la protezione civile, in molti contesti, è ancora percepita come un sistema da attivare quando il problema è già esploso. Ma la sua evoluzione naturale – già prevista dal legislatore – è verso un modello di presidio territoriale permanente:

  • monitoraggio costante dei corsi d’acqua e dei punti critici;
  • manutenzione periodica e programmata, non solo dopo il disastro;
  • volontari formati non solo per spalare fango, ma per individuare criticità prima che diventino emergenze;
  • comunicazione ai cittadini chiara e accessibile, perché sappiano cosa fare e come ridurre il rischio individuale.

Non è un sogno teorico: è ciò che già funziona in diversi Comuni italiani dove amministratori, tecnici e volontari collaborano quotidianamente, con protocolli chiari e una visione condivisa.

Il nodo della responsabilità

Il procedimento giudiziario di Prato, al di là dell’esito, evidenzia un dato culturale: la responsabilità non è più percepita come un fatto remoto, confinato ai “grandi disastri nazionali”, ma come una questione concreta, locale, personale. Non si tratta di criminalizzare chi governa, ma di comprendere che la gestione del rischio è ormai parte integrante dell’amministrazione ordinaria, al pari della gestione finanziaria o della sicurezza urbana.

Se fino a pochi anni fa la narrazione dominante era: “È colpa del clima impazzito”, oggi il dibattito si sposta su domande precise:

  • erano stati fatti interventi di manutenzione?
  • esistevano mappe di rischio aggiornate?
  • i piani di emergenza erano operativi e conosciuti dai cittadini?
  • il sistema di allerta era stato attivato e comunicato in modo efficace?

Una questione culturale, non solo tecnica

Non basta aggiornare un piano o costruire un argine: serve una cultura della prevenzione condivisa, capace di unire enti pubblici, professionisti, volontari e cittadini. La stessa cittadinanza deve essere parte attiva: dalla pulizia dei fossi privati alla segnalazione di anomalie, dalla conoscenza dei comportamenti di autoprotezione alla partecipazione a esercitazioni e attività formative.

Il caso di Prato ci dice che non possiamo più limitarci alla gestione delle emergenze. Non possiamo aspettare che un’altra esondazione si trasformi in un altro processo, con altre vittime e altre famiglie distrutte. Il tempo delle scuse è finito: la prevenzione è l’unico modo per coniugare sicurezza, tutela del territorio e responsabilità amministrativa.

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