Da quando l’uomo ha costruito comunità stabili, ha dovuto governare l’acqua. Non potendo decidere quando e quanto piovesse, le civiltà hanno costruito sistemi per raccoglierla, trasferirla, distribuirla, conservarla.

Millenni di ingegneria dell’acqua

In Mesopotamia, dal IV-III millennio a.C., reti di canali e argini rendevano coltivabili territori soggetti a piene e siccità alterne.

In Egitto, bacini e canali permettevano di gestire e distribuire le acque delle piene del Nilo per l’irrigazione.

Nel mondo minoico e greco, tra III e II millennio a.C., si costruivano già sistemi evoluti di raccolta, cisterne, acquedotti e drenaggio.

In Persia, almeno dal I millennio a.C., i qanat — gallerie sotterranee leggermente inclinate — intercettavano le falde e trasportavano l’acqua per chilometri nelle zone aride, per gravità, senza pompe. Alcuni funzionano ancora oggi; l’UNESCO li riconosce come esempio eccezionale di adattamento umano alle regioni aride.

Roma, dal 312 a.C., porta il sistema a scala infrastrutturale: acquedotti, cisterne, reti di distribuzione, manutenzione continua.

I Maya costruivano grandi serbatoi per la stagione secca. Nell’area andina, gli Inca regimavano l’acqua con canali, terrazzamenti e acquedotti in pietra, con pendenze attentamente governate su territori montani estremi.

Questa non è una lezione di storia. È la premessa per una domanda scomoda.

La stessa contraddizione, altri strumenti

Per migliaia di anni molte civiltà hanno dovuto affrontare una contraddizione che conosciamo bene anche noi: periodi di abbondanza d’acqua alternati a periodi di scarsità.

Non avevano satelliti, radar meteorologici, modellistica climatica, pompe elettriche, programmi pubblici miliardari. Avevano capito una cosa elementare: l’acqua va governata.

Conosciamo molte delle aree esposte al rischio di alluvione. Misuriamo le precipitazioni quasi in tempo reale. Conosciamo falde, portate, temperature, consumi, vulnerabilità. Modellizziamo scenari futuri. Abbiamo sensoristica, intelligenza artificiale, sistemi satellitari, risorse economiche senza confronto storico.

Eppure continuiamo troppo spesso a discutere dell’evento, invece che della nostra capacità di adattarci all’evento. Arriva la siccità e cerchiamo acqua. Arriva l’alluvione e ci chiediamo dove mettere l’acqua. Arriva il caldo e scopriamo città ricoperte di asfalto e cemento.

Una precisazione necessaria

Un invaso non risolve una precipitazione da 200 mm in poche ore. Non ogni alluvione è evitabile.

L’evento estremo che supera anche un territorio preparato non può diventare l’alibi per non preparare il territorio.

Non solo opere: un modo di abitare il territorio

L’adattamento delle civiltà antiche non riguardava solo le infrastrutture. Riguardava il modo di abitare un luogo:

–  costruire dove aveva senso costruire

–  coltivare in funzione dell’acqua disponibile

–  terrazzare un versante

–  far lavorare la gravità

–  proteggersi dal sole

–  scegliere materiali coerenti con il clima

Il messaggio non è «costruiamo più invasi». È più ampio: torniamo a progettare il territorio in funzione delle sue caratteristiche e dei rischi con cui dobbiamo convivere. Acqua, suolo, città, calore, agricoltura, infrastrutture, pianificazione, comportamento umano — un adattamento a 360 gradi, non un’opera isolata.

La domanda che conta Il cambiamento climatico non è in discussione. La domanda vera è un’altra: sapendo cosa sta succedendo, cosa

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One response

  1. Quando vedo un opera che risale al tempo dei romani, mi viene spontanea questa domanda: sono secoli che è li in piedi, è sopravvissuta a terremoti, allagamenti frane. Perché i nostri ingegneri, con tutte le tecniche moderne che hanno a disposizione, non sono capaci di progettare un muro che al primo evento naturale, crolla?

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