Chiara Garbin

Un altro record.

L’estate più calda. La pioggia più intensa. Il mese più secco.

A forza di record, il record smette di essere una notizia. Diventa una routine. E una routine non si commenta: si affronta.

ARPAV lo certifica per il Veneto: l’estate 2026 è stata la più calda della serie storica, con una temperatura media di 23,5 °C, 2,8 gradi sopra la norma climatica 1991-2020. Ha superato di poco il record del 2003, soprattutto sulla temperatura media e su quella minima giornaliera: le notti in cui il caldo non dà tregua. In pianura sono stati registrati mediamente 25 giorni interessati da ondate di calore e 35 giorni di forte disagio fisico. Le precipitazioni estive, nello stesso periodo, sono risultate inferiori alla media del 12%.

Sono numeri. Ma non sono la notizia.

Il problema non è il termometro

Ogni volta lo schema si ripete: il record, l’allagamento, i danni, lo stato di emergenza, i fondi per riparare. E alla fine la frase che chiude ogni discussione:

«È stato un evento eccezionale.»

Ma se l’eccezionale continua a ripetersi, dobbiamo iniziare a considerarlo parte della realtà con cui convivere.

Dire «cambiamento climatico» descrive una condizione. Non basta a governarla.

Governarla significa intervenire: sulla manutenzione dei corsi d’acqua, sulla rete fognaria, sulle aree di laminazione, sulle superfici permeabili nelle città, sulla pianificazione urbanistica, sulla gestione dell’acqua e del territorio.

Significa occuparsi anche delle cose apparentemente più semplici, tombini compresi.

Chi sorride quando se ne parla dimentica una cosa fondamentale: la prevenzione non è quasi mai un’opera unica e risolutiva. È un sistema di interventi, grandi e piccoli, che funzionano insieme.

Il problema nasce quando ne discutiamo dopo il disastro, non prima.

L’eccezionalità non può diventare un alibi

Un evento può essere raro, molto intenso, perfino eccezionale dal punto di vista statistico. Ma questo non significa automaticamente che ogni conseguenza fosse inevitabile.

L’eccezionalità descrive l’evento. Non può essere il programma di governo del territorio.

Un sistema di drenaggio può essere superato da una precipitazione particolarmente intensa. Un corso d’acqua può raggiungere livelli straordinari. Ma proprio per questo dobbiamo sapere dove il sistema cede, quali zone sono più vulnerabili, quali criticità si ripetono e quali interventi possono ridurre i danni.

Se continuiamo a misurare soltanto i millimetri di pioggia, i gradi in più e i tempi di ritorno, senza misurare manutenzione, opere, adattamento e capacità di risposta, continueremo a descrivere il rischio invece di governarlo.

E quando un punto della città si allaga ripetutamente, quando un sottopasso è noto, quando una rete ha limiti conosciuti, non siamo più davanti soltanto a un problema meteorologico. Siamo davanti a una vulnerabilità territoriale che va affrontata.

Da questione ambientale a questione economica

C’è un segnale che dovrebbe farci riflettere almeno quanto i gradi in più.

In Ungheria, siccità e ondate di calore stanno incidendo sull’agricoltura e sui raccolti. La banca centrale ungherese sta valutando di inserire stabilmente scenari di rischio climatico nelle proprie decisioni di politica monetaria, perché scarsità d’acqua, raccolti in calo e aumento dei prezzi alimentari possono riflettersi su crescita e inflazione.

Quando una banca centrale comincia a trattare questi fenomeni come variabili economiche, il tema smette definitivamente di appartenere soltanto a meteorologi e ambientalisti.

Riguarda l’agricoltura. Le imprese. Le famiglie. I bilanci pubblici. Le assicurazioni. Le infrastrutture.

Il cambiamento climatico si misura. L’adattamento, invece, si governa.

Il PNRR e la domanda che manca

Negli ultimi anni l’Italia ha avuto una disponibilità straordinaria di risorse, a partire dal PNRR. E allora la domanda non dovrebbe essere soltanto quanti fondi abbiamo impegnato o speso.

La domanda vera è: quale riduzione concreta del rischio abbiamo ottenuto?

Quanto abbiamo investito nella sicurezza idraulica, nella manutenzione, nella capacità di laminazione, nelle reti urbane, nella gestione delle acque, nella riduzione delle superfici impermeabili e nell’adattamento delle infrastrutture? E soprattutto: quali risultati sono oggi misurabili?

Perché spendere risorse non significa automaticamente fare prevenzione. La prevenzione si misura negli effetti: meno vulnerabilità, meno danni, meno interruzioni, più capacità di risposta.

Il vero costo è quello che non si vede

Qui entra in gioco la responsabilità di chi amministra.

Gli investimenti in prevenzione hanno un difetto politico: spesso non producono risultati immediatamente visibili.

Una rete fognaria adeguata non fa notizia. La manutenzione di un torrente difficilmente porta consenso. Un bacino di laminazione può richiedere anni. La rinaturalizzazione di un’area produce risultati nel tempo.

E la prevenzione, quando funziona, ha un paradosso: non succede nulla. Per questo nessuno si accorge del disastro evitato.

Amministrare, però, significa proprio questo: non guardare soltanto alla prossima emergenza e nemmeno soltanto alla prossima scadenza elettorale.

Significa avere la lungimiranza di decidere oggi interventi che produrranno risultati fra dieci o vent’anni, anche quando non garantiscono consenso immediato.

La domanda che dovremmo fare dopo ogni record

Il rischio nasce dall’incontro tra un fenomeno e un territorio vulnerabile.

Non possiamo impedire alla pioggia di cadere né abbassare la temperatura di un’estate. Possiamo però decidere quanto sarà fragile il territorio quando quei fenomeni arriveranno.

La domanda giusta, dopo ogni nuovo record, non è soltanto quanto sia stato eccezionale l’evento. È quanto eravamo preparati ad affrontarlo.

Molte delle fragilità del nostro territorio sono conosciute. Molti dei rischi sono già individuati. E molti degli interventi necessari sono noti da anni.

A questo punto la scelta è nostra.

O ci adattiamo, oppure continuiamo a subire.

E più passa il tempo, più diventa difficile chiamare «emergenza» ciò che avevamo già imparato a prevedere.

Fonti: ARPAV, Report meteo-climatico Estate 2026 in Veneto, 9 settembre 2026; Reuters, “Hungary’s central bank may add climate risk scenarios to policy framework”, 10 settembre 2026.

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