Prevenire non significa prevedere tutto. Significa arrivare meno vulnerabili.

Nei prossimi giorni si passa da una fase di caldo intenso a un possibile cambio della circolazione, con un aumento dell’instabilità.

Ma non è questo l’articolo.

Il singolo bollettino passa. La domanda che pone resta.

Ci auguriamo che non succeda nulla. È quello che tutti dovremmo augurarci. Ma sappiamo anche che caldo estremo, temporali violenti, alluvioni e frane si verificheranno ancora.

Se non questa settimana, in un altro momento.

Il punto non è indovinare quando.

Il punto è capire che cosa abbiamo fatto prima, per ridurne le conseguenze.

Tre tempi, spesso confusi

Quando arriva un’allerta, il dibattito pubblico si concentra quasi sempre su un solo tempo: la previsione.

Arriverà o no? Quanto sarà forte? Dove colpirà?

È la fase tecnico-scientifica che alimenta il sistema di allertamento e consente di costruire gli scenari di rischio.

Ma la Protezione Civile non si esaurisce nella previsione.

C’è un secondo tempo: la preparazione.

Se quell’evento si verifica, il territorio è organizzato per affrontarlo? I punti critici sono conosciuti? Le procedure comunali sono definite? La reperibilità è attiva? La comunicazione ai cittadini è pronta? Le persone che devono operare sanno cosa fare e dove farlo?

Questo lavoro si fa prima.

Non quando l’acqua è già entrata nel sottopasso. Non quando un albero è già caduto. Non quando il tetto è già stato scoperchiato.

Poi c’è un terzo tempo: la riduzione della vulnerabilità.

Perché la stessa criticità produce, evento dopo evento, gli stessi danni?

Qui entrano la manutenzione, la pianificazione, la gestione del territorio, gli interventi strutturali e tutte quelle azioni che competono, a seconda dei casi, a Comuni, Regioni, Consorzi di bonifica, gestori, enti e amministrazioni competenti.

Protezione Civile non significa che la Protezione Civile debba pulire i tombini.

Significa che quella vulnerabilità deve essere conosciuta prima dell’evento e che chi ha la competenza ordinaria deve poter intervenire prima.

Confondere questi tre tempi è uno dei motivi per cui continuiamo troppo spesso a discutere solo dopo il danno.

Il volontariato formato sull’emergenza

C’è poi un problema culturale che riguarda anche chi la Protezione Civile la vive ogni giorno.

Il volontario viene ancora troppo spesso formato, utilizzato e perfino raccontato attraverso un unico schema:

evento, chiamata, partenza, intervento.

La prevenzione, invece, non dà adrenalina.

Non produce necessariamente immagini che colpiscono. Spesso non prevede nemmeno la divisa sporca a fine giornata.

Significa conoscere davvero il piano comunale e il territorio al quale quel piano si riferisce.

Significa conoscere le aree critiche prima che diventino notizia.

Significa esercitarsi, verificare procedure, conoscere gli scenari, parlare con la popolazione fuori dall’emergenza e costruire quella cultura del rischio che serve proprio quando ancora non sta succedendo nulla.

E allora il problema non è il singolo volontario.

È il modello culturale e organizzativo che continuiamo a trasmettere quando valorizziamo soprattutto la partenza, l’intervento, l’emergenza.

Se il volontario viene coinvolto poco nella conoscenza del rischio, nella pianificazione, nell’informazione e nella preparazione del territorio, il risultato è quasi inevitabile: finirà per identificare il proprio ruolo soprattutto con ciò che accade dopo.

Ma la Protezione Civile dovrebbe cominciare molto prima.

Le tifoserie che non aiutano

Nel frattempo il dibattito pubblico continua spesso a polarizzarsi su un asse che, da solo, non ci porta molto lontano.

Da una parte chi ripete che il clima sta cambiando.

Dall’altra chi risponde che il clima è sempre cambiato.

E mentre continuiamo a dividerci sulle cause, c’è una realtà molto più concreta che rimane davanti a noi.

Il tombino resta lo stesso.
Il sottopasso resta lo stesso.
Il torrente resta lo stesso.

E spesso anche il piano comunale rimane uno strumento che pochi cittadini conoscono davvero.

La vulnerabilità del territorio, intanto, non si sposta di un millimetro.

La domanda utile, a questo punto, non può fermarsi a chi ha ragione sulle cause.

La domanda è se, sapendo che questi eventi possono verificarsi, abbiamo fatto quanto ragionevolmente possibile per essere meno esposti quando arriveranno.

Questo non significa ignorare le cause.

Significa capire che la diagnosi, da sola, non basta.

Serve sapere come ci adattiamo, come riduciamo il rischio e come prepariamo territori e comunità a ciò che può accadere.

Cosa dice il Codice della Protezione Civile

Non è soltanto una questione culturale.

È anche il modo in cui è costruito il nostro sistema.

Il D.Lgs. 1/2018 definisce tra le attività di Protezione Civile la previsione, la prevenzione e mitigazione dei rischi, la gestione delle emergenze e il loro superamento.

Sono parti di uno stesso ciclo.

Per questo trattare la Protezione Civile come “quelli che arrivano dopo” significa ridurla a una sola parte della sua funzione.

L’emergenza è fondamentale. Quando accade qualcosa bisogna intervenire presto e bene.

Ma un sistema maturo dovrebbe misurare la propria efficacia anche attraverso ciò che è riuscito a fare quando ancora l’emergenza non c’era.

La domanda che conta

Non mi interessa indovinare il prossimo evento estremo.

Mi interessa sapere se, prima che arrivi, abbiamo fatto tutto ciò che era ragionevolmente possibile per ridurne le conseguenze.

Perché prevenire non significa poter evitare ogni danno.

Non significa sapere esattamente dove e quando arriverà il prossimo temporale.

Significa conoscere il rischio. Conoscere le vulnerabilità. Preparare il territorio. Preparare le persone. Intervenire dove possiamo intervenire prima.

E soprattutto significa cambiare una domanda.

Non più soltanto:

“Quando arriverà?”

Ma:

“Eravamo pronti prima che arrivasse?”

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