Quando ho scritto “volontari pronti, ma fermi” non mi aspettavo una risposta così forte.
Sono arrivati commenti sui social, sul blog, messaggi in privato: volontari con alle spalle terremoti, alluvioni, incendi boschivi, ma anche giovani che stanno iniziando ora.
Dentro quelle parole c’era di tutto: rabbia, delusione, stanchezza.
Ma soprattutto una richiesta chiara:
“Siamo formati, siamo attrezzati, siamo pronti. Perché non ci fate lavorare quando serve davvero?”
Questo articolo è la risposta a quel coro.
Non per riaprire lo sfogo, ma per dire: abbiamo capito il problema, ora cosa cambiamo – in emergenza e nel tempo ordinario?
Cosa stanno dicendo davvero i volontari
Mettendo in fila i commenti, emergono alcuni punti comuni:
- non vogliono stare a casa a guardare la TV mentre altri spalano;
- non vogliono essere chiamati solo per fare numero o per le foto;
- sono stanchi di linee di comando confuse e di decisioni che tardano;
- hanno paura di essere lasciati soli se qualcosa va storto;
- vedono un volontariato che invecchia, stanco, poco attrattivo per i giovani.
Tutto questo non è un lamento generico.
È il segnale di un sistema che usa male una delle sue risorse più importanti.
Il nodo di fondo: quando si ha più paura delle carte che del fango
Le norme esistono: sicurezza, responsabilità, assicurazioni, infortuni.
Non siamo in assenza di regole, anzi.
Il problema è un altro: spesso le regole vengono usate come scusa per non decidere.
È più facile dire “non si può”, “non ci sono le condizioni”, “deciderà qualcun altro”, che assumersi la responsabilità di:
- attivare le squadre,
- organizzare turni,
- dare ordini chiari,
- firmare i documenti necessari.
Risultato:
- i volontari formati e dotati di DPI sono dietro il nastro,
- gruppi spontanei vengono celebrati come “angeli del fango” senza alcuna tutela.
È un cortocircuito culturale:
si teme più la firma su un foglio che una persona nel fango senza protezioni.
Anche il volontariato deve fare un passo avanti
C’è però un pezzo che riguarda anche il mondo dei volontari.
Non basta dire “attivateci”.
Se il volontariato vuole essere riconosciuto come professionale, deve continuare a comportarsi da tale:
- conoscere bene le proprie competenze e i propri limiti;
- rifiutare compiti che non spettano (viabilità, ordine pubblico, safety) se non ci sono le condizioni;
- chiedere formazione vera, non solo attestati;
- pretendere che i propri ruoli siano scritti nei piani comunali, non solo dati “a voce”.
Chi ha trent’anni di servizio lo sa: il “buon cuore” non basta più.
Servono testa, preparazione e la forza di dire qualche no quando le condizioni non sono sicure o non sono chiare.
Il 2025 cambia le carte in tavola: non sono “solo volontari”
Qui entra una novità decisiva.
L’Allegato 1 del DCDPC 24 luglio 2025 riconosce ai volontari di protezione civile compiti che vanno ben oltre la pala e gli stivali:
- presidio e monitoraggio del territorio
- salvaguardia dei beni culturali in emergenza
- gestione tecnica nelle situazioni critiche
- contributo alla pianificazione di protezione civile
In pratica lo Stato dice:
il volontariato non è chiamato solo “quando succede qualcosa”, ma può essere presidio stabile del territorio, parte della prevenzione, della conoscenza dei rischi, dell’organizzazione del sistema.
Questa non è una decorazione normativa.
È la direzione in cui investire: se ci sono attività di cui “fare a meno”, non sono queste; sono altre cose che oggi occupano tempo e risorse ma non c’entrano con la protezione civile.
Cosa deve cambiare in emergenza
Sul lato emergenziale, i commenti sono stati chiarissimi.
Per uscire dal paradosso “volontari formati, sistema fermo” servono almeno quattro cambiamenti.
Linee di comando chiare prima dell’emergenza
Non si può aspettare la piena per capire chi decide cosa.
Prima che arrivi l’allerta devono essere scritti – e conosciuti da tutti –:
- chi può attivare i volontari,
- con quali strumenti (telefono, piattaforma, sala operativa),
- in quali scenari (quanta pioggia, quali criticità, quali soglie),
- chi coordina sul posto.
Se queste cose non sono definite in tempo di pace, in emergenza vince la confusione.
E nella confusione, la risposta più frequente è: “meglio non fare”.
Attivare chi è formato, non chi urla di più
In emergenza vanno chiamati per primi:
- i volontari formati,
- assicurati,
- dotati di DPI,
- inseriti nella catena di comando.
Se invece si lasciano in attesa e si dà spazio a chi arriva per primo con pala e stivali, il messaggio che passa è devastante: studiare e prepararsi non serve.
Questo non significa chiudere le porte alla solidarietà spontanea, ma usarla solo quando necessario, in modo ordinato e sotto una regia chiara.
Meno burocrazia inutile, più responsabilità vera
Snellire non vuol dire togliere tutele.
Vuol dire:
- eliminare passaggi ridondanti che rallentano le decisioni,
- usare meglio gli strumenti digitali per attivare e tracciare le squadre,
- chiarire chi firma cosa e in quali casi.
La responsabilità non deve essere un incubo che blocca tutti, ma una catena leggibile che permette di decidere e di proteggere sia i cittadini sia i volontari.
Dare voce al volontariato nei luoghi dove si decide
Dopo ogni emergenza si parla molto di cosa “non ha funzionato”.
Ma troppo spesso chi era in campo non viene ascoltato davvero.
Servono spazi e momenti in cui:
- i volontari possano raccontare cosa è successo,
- si possano correggere procedure,
- si possa modificare ciò che non ha funzionato.
Chi ha spalato, presidiato, coordinato sul posto vede cose che non entrano in nessun report.
Cosa deve cambiare nel tempo ordinario e nelle attività
La vera forza del nuovo Allegato 1 è proprio qui: non parla solo di emergenza.
Nel tempo ordinario il volontariato può essere – e dovrebbe essere – usato per:
- monitorare i punti critici del territorio (argini, fossi, strade a rischio);
- collaborare alle campagne di informazione alla popolazione su rischi e comportamenti corretti;
- partecipare alla salvaguardia dei beni culturali, che sono identità e memoria delle comunità;
- sedersi al tavolo quando si aggiornano i piani comunali, portando la conoscenza reale del territorio.
Investire su queste attività significa:
- ridurre i danni quando arriva l’evento,
- dare senso e continuità all’impegno dei volontari,
- rendere il sistema più attrattivo anche per i giovani, che trovano ruoli moderni, legati al territorio, non solo alla “fatica fisica”.
In pratica: chi deve fare cosa
Per chi amministra (sindaci, regioni, Dipartimento):
- mettere nero su bianco le procedure di attivazione in emergenza;
- usare il volontariato nelle attività di presidio, monitoraggio e pianificazione;
- applicare le norme esistenti, invece di aggiungerne sempre di nuove;
- prevedere momenti stabili di confronto con i volontari dopo le emergenze.
Per i coordinatori:
- spiegare le scelte alla squadra, anche quando sono difficili;
- documentare perché si parte o non si parte;
- promuovere la partecipazione dei volontari alle attività ordinarie (sopralluoghi, informazione, esercitazioni);
- fare da ponte tra sindaci, uffici tecnici e gruppo.
Per i volontari:
- continuare a formarsi, non solo sul “fare”, ma anche su sicurezza e responsabilità;
- proporre progetti concreti di presidio del territorio e di prevenzione;
- rifiutare i ruoli che non spettano alla protezione civile, anche se comodi o abituali;
- partecipare ai momenti di pianificazione e di verifica, non solo agli interventi.
Dal paradosso alla scelta
“Volontari formati, sistema fermo” è la fotografia di oggi.
Domani dipende da cosa decidiamo di fare, tutti.
Possiamo continuare così:
- usare i volontari solo quando non c’è altro,
- tenerli in fermo-immagine nelle alluvioni,
- raccontare che “era un evento mai visto”.
Oppure possiamo scegliere di:
- usare davvero le norme e gli strumenti che già ci sono,
- investire sul presidio e sulla prevenzione,
- mettere al centro la professionalità del volontariato,
- dare a chi è pronto la possibilità di esserlo, non solo di dirlo.
Il fango, prima o poi, si spalma via.
Quello che resta è il modo in cui un sistema ha trattato le sue persone migliori.
Ed è da lì che, se vogliamo, possiamo ricominciare.

4 Responses
Benfatto e tanti complimenti Chiara, speriamo che si possa attuare per il bene dei volontari
sono pienamente d’accordo ( ex coordinatore) pc ,spero non siano solo belle parole.
Tante belle parole Chiara solo due punti uno siamo in ItaGlia e purtroppo la confusione e il caos la fanno da padrona su tutti i campi se no verrebbero alla luce 1000 magagne, secondo punto posso comprendere la voglia e la necessità di voler essere “alla moda” e di voler partecipate in tutti i settori ma guardiamoci intorno purtroppo vengono in estiti migliardi nel campo della PC e poi ci lamentiamo che il perdonale non viene usato, allora no per esser polemico ma costruttivo, come hai detto tu ogni uno le sue competenze non possiamo investire soldi a formare un professionista della PC che risultera sempre un volontario e in determinati scenari non potra’ mai operare (se non quelli di zona dell’evento nei primi momenti x carenza di personale professionista del soccorso) xchè ci sono leggi ben chiare che stabiliscono chifa cosa dove e quando mai purtroppo senza nulla togliere al volontario che ci mette passione e tempo e….si a volte è anche meglio dei professionisti ma c’è un giro di affari che a qualcuno fa comodo….
Purtroppo in PC, continuano ad andare avanti le associazioni “raccomandate” e non si ha la possibilità di crescere e si rimane sempre dimenticati, soprattutto se ci sono persone che ti odiano o preferiscono i gruppi comunali, che sono la rovina della PC. Gente che non va mai in emergenza ma solo alle sagre. Chiudere i gruppi comunali, che costano un botto, non sarebbe una cattiva idea.