Dalla cultura dell’emergenza alla cultura del sistema

C’è un equivoco di fondo che attraversa ancora oggi molta parte della Protezione Civile italiana. Non è mai dichiarato apertamente, ma emerge nelle scelte, nei calendari, nelle priorità e perfino nei bilanci: l’idea che il volontariato funzioni perché esiste l’emergenza, e non nonostante l’emergenza.

Quando arriva il terremoto, l’alluvione, l’incendio, i volontari ci sono. Arrivano, operano, resistono. Il sistema tira un sospiro di sollievo. Poi però, finita la crisi, torna il silenzio. La formazione si ferma, l’accompagnamento scompare, il riconoscimento resta spesso solo formale. Si aspetta la prossima emergenza.

Ma questo non è un sistema. È una scommessa. E un sistema pubblico non può reggersi su una scommessa.

Le persone prima delle attività

Ogni gruppo di volontariato è fatto prima di tutto di persone. Non di numeri, non di sigle, non di elenchi operativi. Persone con esperienze, limiti e capacità diverse.

Uno degli errori più diffusi è trattare tutti allo stesso modo: stessa formazione, stesso ruolo, stesse aspettative. Come se bastasse la buona volontà a colmare ogni differenza.

Non è così.

Un volontario efficace è una persona che sa cosa deve fare, ma anche cosa non deve fare. È formato in modo mirato, non generico. Conosce il proprio ruolo, lavora in sicurezza, sa gestire la pressione senza esserne travolto.

La formazione non è un accessorio. È il presupposto minimo per poter impiegare i volontari con responsabilità, tutelando loro e chi ricevono aiuto.

Il volontariato non può vivere solo nell’emergenza

Esiste un modello tanto diffuso quanto dannoso: quello del volontario attivato solo quando serve. Si apre il rubinetto in emergenza e lo si richiude appena tutto finisce.

Questo approccio produce effetti precisi.

Brucia le persone.
Chi viene chiamato solo nei momenti più difficili, senza continuità e senza riconoscimento reale, prima o poi si esaurisce. E se ne va.

Impoverisce i gruppi.
Un’organizzazione che vive solo nell’emergenza non costruisce esperienza stabile, non consolida relazioni, non sviluppa metodo.

Seleziona i resistenti, non i competenti.
Restano i più abituati alla fatica, non necessariamente i più preparati.

Un volontariato solido vive tra un’emergenza e l’altra. Si esercita, si forma, si confronta, mantiene viva la propria capacità operativa. È nel tempo ordinario che si costruisce la tenuta nello straordinario.

Ascoltare non è gentilezza: è competenza

Chi coordina un gruppo di volontariato non gestisce solo attività. Tiene insieme persone, responsabilità, istituzioni e limiti operativi.

La leadership, in questo ambito, non è comando. È presenza, coerenza, capacità di leggere il gruppo. È anche il coraggio di fermarsi e dire “non siamo pronti” quando serve.

Ascoltare i volontari non è un gesto relazionale. È un atto tecnico.
Significa intercettare criticità, raccogliere informazioni, prevenire problemi prima che diventino emergenze interne al sistema.

Un coordinatore forte tiene insieme il gruppo.
Se quella figura è debole o assente, nessuna norma potrà compensare davvero.

I giovani non mancano: spesso non restano

Si dice spesso che i giovani non si avvicinano più al volontariato. In realtà si avvicinano, ma non restano.

Trovano strutture rigide, modelli organizzativi superati, ruoli chiusi. Trovano poco spazio per contribuire davvero.

Accoglierli non significa abbassare gli standard.
Significa cambiare approccio.

Vuol dire creare percorsi graduali, introdurre tutoraggio, valorizzare competenze nuove — dalla comunicazione al digitale — e offrire spazi di partecipazione reale.

Un’organizzazione che non si rinnova non perde solo numeri. Perde prospettiva.

Innovare è cambiare metodo, non comprare strumenti

Nel volontariato si parla spesso di innovazione. Troppo spesso, però, si riduce all’acquisto di strumenti: piattaforme, app, software.

Poi tutto resta uguale.

L’innovazione vera parte dal metodo.
Da come si pianifica, da come si trasmettono le competenze, da come si costruisce memoria organizzativa, da come si correggono gli errori.

La tecnologia aiuta solo se il processo è chiaro.
Se il metodo è sbagliato, lo strumento accelera il problema.

Innovare significa anche avere il coraggio di lasciare andare ciò che non funziona più.

Il ruolo del sindaco: responsabilità, non formalità

Il sindaco è autorità territoriale di protezione civile, come previsto dal D.Lgs. 1/2018. Non è una figura simbolica.

Un sindaco che conosce il piano comunale, che ha incontrato i volontari, che sa come funziona il sistema di allertamento e conosce le criticità del proprio territorio è un sindaco più credibile.

E la credibilità, nelle emergenze, fa la differenza.

Il volontariato e l’istituzione sono due parti dello stesso sistema.
Ma è fondamentale chiarire un punto: il volontariato non può sostituire l’ente pubblico.

La responsabilità della protezione civile è pubblica. Sempre.
Il volontariato la integra, la rafforza, la rende più vicina alle persone.

Confondere questi piani significa scaricare sui cittadini organizzati un compito che non spetta loro.

Tre azioni concrete, senza alibi

Non servono grandi riforme per iniziare a cambiare. Servono decisioni chiare.

Formazione annuale programmata
Non quando serve, ma prima. Costruita sui ruoli reali, sui rischi del territorio, sulla sicurezza.

Volontari coinvolti anche nella prevenzione
Monitoraggio, conoscenza del territorio, esercitazioni, comunicazione alla comunità.

Un incontro operativo all’anno tra sindaco e volontari
Un momento concreto per verificare cosa funziona, cosa manca, cosa migliorare.

Costruire, non rattoppare

Ogni volta che un’emergenza diventa tragedia evitabile, manca qualcosa.
Manca formazione. Manca pianificazione. Manca coordinamento. Manca ascolto.

Un sistema resiliente non si costruisce durante la crisi.
Si costruisce prima, nel tempo ordinario, quando apparentemente non succede nulla.

È lì che si decide tutto.

Un volontariato che dura non nasce dall’eroismo.
Nasce dall’organizzazione, dalla continuità, dalla formazione, dalla cura.

Perché i volontari non si improvvisano.
Si formano, si accompagnano, si rispettano.

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One response

  1. Quante “sante” parole sono state scritte!!!!!!! Quando si ha un coordinatore che non cambierà mai la sua opinione, sarà difficile metter in pratica quanto scritto.

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