La prevenzione è nella protezione civile fin dall’origine. Oggi il punto è trasformarla in pratica quotidiana, anche attraverso il volontariato.

C’è una frase nel Codice della Protezione Civile che la maggior parte dei volontari non ha mai letto. Eppure aiuta a capire meglio il ruolo che il volontariato può avere oggi.

È l’articolo 2 del D.Lgs. 1/2018.

Non descrive la protezione civile come un sistema che esiste solo quando accade qualcosa. La descrive come un insieme di attività che partono prima: previsione, prevenzione e mitigazione dei rischi, gestione delle emergenze e superamento dell’emergenza.

Ma attenzione: la prevenzione non nasce con il Codice del 2018.

Già la Legge 225/1992, che ha istituito il Servizio nazionale della protezione civile, parlava di previsione, prevenzione, soccorso e superamento dell’emergenza.

Quindi non dobbiamo raccontare una protezione civile che prima era solo emergenza e poi, improvvisamente, è diventata prevenzione.

Non sarebbe corretto.

Il punto è un altro.

Il Codice del 2018 raccoglie quella impostazione, la riordina e la rende più chiara. Soprattutto rende più leggibile la prevenzione non strutturale: pianificazione di protezione civile, formazione, informazione alla popolazione, esercitazioni, diffusione della cultura di protezione civile, allertamento e raccordo con la pianificazione territoriale.

In altre parole: la prevenzione c’era già.

Oggi dobbiamo leggerla meglio.

E soprattutto dobbiamo trasformarla in pratica quotidiana.

Il volontario che la norma ci chiede di immaginare

Quando si parla di volontariato di protezione civile, si pensa quasi sempre alla colonna mobile, all’alluvione, al campo base, alle notti in turno, agli interventi dopo un evento.

È un’immagine potente. Ed è vera.

Ma non è completa.

Il volontario di protezione civile non è solo una persona generosa che si rende disponibile quando c’è un’emergenza. È una risorsa inserita in un sistema: iscritta, formata, attivata correttamente, tutelata e impiegata dentro un’organizzazione.

La differenza è enorme.

Perché un volontario non formato, non informato, non preparato, può anche avere una grande disponibilità personale.

Ma non basta.

In protezione civile non conta solo “esserci”.

Conta sapere cosa fare, come farlo, quando farlo, con quali limiti, con quali dispositivi di protezione, dentro quale catena di comando e con quale responsabilità.

La divisa identifica.

I DPI proteggono.

La formazione abilita.

Ma c’è un passaggio ulteriore: la prevenzione dà al volontariato un ruolo ancora più grande.

Dal volontario dell’emergenza al volontario della prevenzione

Non sto dicendo che il volontariato dell’emergenza non serva.

Serve, eccome.

E in Italia funziona spesso meglio di quanto venga riconosciuto.

Sto dicendo che fermarsi lì è poco.

Perché un volontario può essere utile anche prima che arrivi la sirena. Molto prima.

Può conoscere il territorio in cui opera: i punti critici, i corsi d’acqua, le aree fragili, le strade che si allagano, le zone isolate, le infrastrutture vulnerabili.

Può conoscere il piano di protezione civile comunale: non a memoria, ma abbastanza da sapere quali scenari prevede, dove sono le aree di attesa, dove si attivano i centri operativi, quali sono le prime azioni da mettere in campo e chi fa cosa nelle prime ore.

Può partecipare alle esercitazioni con serietà, perché quello che non viene provato prima difficilmente funziona dopo.

E può fare una cosa ancora più importante: aiutare la comunità a capire.

Un volontario formato può spiegare a un cittadino cosa significa un’allerta, cosa fare in caso di rischio, dove andare, cosa evitare, quali comportamenti adottare e perché un piano di protezione civile non è un documento per gli uffici, ma uno strumento che riguarda tutti.

Questo è il salto culturale.

Non meno volontariato.

Volontariato più forte.

Non meno generosità.

Più preparazione.

Non meno emergenza.

Più prevenzione.

Il presidio del territorio

C’è poi un tema che diventerà sempre più importante: il presidio del territorio.

Non nel senso di sostituirsi ai tecnici, agli enti competenti o alle amministrazioni.

Il volontario non diventa un geologo, un ingegnere, un idraulico o un funzionario comunale.

Ma può diventare una presenza consapevole sul territorio.

Può osservare.

Può segnalare.

Può contribuire a raccogliere elementi utili.

Può aiutare a mantenere viva l’attenzione su criticità che spesso chi vive un luogo conosce meglio di chi lo guarda solo su una carta.

Una buca in un argine, una griglia ostruita, un piccolo smottamento, un fosso trascurato, un accesso difficile, una strada che in caso di maltempo diventa impraticabile: sono elementi che non sempre fanno notizia, ma possono fare la differenza.

Questo non significa improvvisare attività tecniche.

Significa costruire una cultura del monitoraggio diffuso, ordinato, formato, coordinato e utile.

Perché la prevenzione non è fatta solo di grandi opere.

È fatta anche di attenzione continua.

Perché questo è il momento giusto

I territori sono sempre più fragili. Le comunità locali sono più esposte. Le amministrazioni, spesso, non hanno le risorse per fare tutto quello che servirebbe.

La manutenzione ordinaria viene rimandata.

I piani non sempre sono conosciuti.

La cultura del rischio resta troppo spesso confinata agli addetti ai lavori.

In questo contesto, il volontariato che sa solo intervenire dopo è una risorsa preziosa, ma parziale.

Il volontariato che sa anche conoscere, presidiare, osservare, informare, esercitarsi e aiutare una comunità a prepararsi è qualcosa di più.

È un presidio.

Una risorsa che cambia il rapporto tra la comunità e il rischio.

La norma non va letta solo come un elenco di articoli.

Va letta come una direzione.

E quella direzione è chiara: la protezione civile non comincia quando il danno è già avvenuto.

Comincia prima.

Il futuro del volontariato di protezione civile non è fare di più in emergenza.

È contare di più prima dell’emergenza.

Chiara Garbin
www.chiaragarbin.it

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