Il problema non è soltanto quanta acqua cade, ma come la gestiamo quando c’è.
Nello stesso anno, a volte a distanza di pochi giorni, può succedere tutto: un temporale che allaga cantine e sottopassi, un fiume che sale, poi settimane senza pioggia, poi un acquedotto che riduce la pressione. Sembra una contraddizione. Non lo è.
Sono fenomeni diversi che mettono in evidenza la stessa fragilità: la capacità del territorio di raccogliere, trattenere, infiltrare, accumulare, distribuire e riutilizzare l’acqua. Quando questa capacità è debole, l’acqua scorre via in fretta e fa danni. Poi, quando serve, non c’è.
Un’acqua che corre
Una pioggia intensa su un suolo impermeabilizzato non si infiltra. Corre lungo strade e fossi e arriva tutta insieme nei corsi d’acqua. Se il reticolo minore è insufficiente, ostruito o non adeguatamente manutenuto, l’acqua può concentrarsi rapidamente e creare criticità. Se la ricarica naturale o artificiale delle falde diminuisce rispetto ai prelievi, i livelli possono abbassarsi. Se le reti perdono acqua, e nel 2022 in Italia ne hanno persa il 42,4% di quella immessa, circa 3,4 miliardi di metri cubi secondo ISTAT, una parte importante della risorsa si perde prima ancora di arrivare ai cittadini, anche in un anno piovoso.
Chi ha visto un’alluvione e una crisi idrica nello stesso territorio conosce bene questo doppio volto. L’acqua è la stessa. Cambia il momento in cui la troviamo impreparati.
Gli strumenti
Non esiste una soluzione unica. Esiste un insieme di interventi, da scegliere in base al territorio. Gli invasi sono uno strumento tra gli altri, non l’unico.
- invasi, piccoli serbatoi e accumuli per conservare la risorsa;
- bacini di laminazione e aree di espansione per rallentare e gestire le piene;
- ricarica delle falde;
- riduzione delle perdite nelle reti di distribuzione;
- manutenzione ordinaria del reticolo idrico, fossi e scoli compresi;
- suoli più permeabili in città e nelle aree produttive;
- riuso delle acque depurate;
- gestione agricola che riduca sprechi e dilavamento;
- infrastrutture adeguate alle condizioni attuali e agli scenari di rischio del territorio.
Nessuno di questi interventi funziona da solo. Ognuno richiede che Comuni, consorzi di bonifica, gestori del servizio idrico, agricoltori e Regione lavorino sullo stesso quadro.
Prevenire prima, non rincorrere dopo
Il Codice della Protezione civile (D.Lgs. 1/2018) mette la prevenzione dei rischi tra le attività del sistema. Ma la gestione dell’acqua comincia molto prima dell’emergenza e coinvolge pianificazione territoriale, servizio idrico, bonifica, agricoltura, ambiente e infrastrutture.
Nella pratica, troppo spesso l’acqua entra nell’agenda quando il problema è già diventato emergenza: prima i danni dell’alluvione, poi la crisi idrica. Si interviene a danno avvenuto, e si ricomincia.
Un esempio concreto. Ogni Comune dovrebbe poter rispondere a tre domande molto semplici: dove si concentra l’acqua quando piove forte, dove può essere rallentata o dispersa in sicurezza e dove il sistema mostra le maggiori vulnerabilità. Senza questa conoscenza, stabilire le priorità diventa molto più difficile.
Non possiamo continuare a considerare l’acqua un problema soltanto quando è troppa o quando è troppo poca. Va gestita prima.
Adattarsi non significa rassegnarsi alla siccità o agli allagamenti. Significa progettare territori capaci di gestire meglio l’acqua in entrambe le situazioni. Perché l’acqua che oggi lasciamo scorrere via troppo rapidamente potrebbe essere quella che domani ci manca.
Fonte dati perdite idriche: ISTAT, Le statistiche dell’Istat sull’acqua, dato 2022.

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