Perché questo decreto è più importante di quanto sembri
Il Decreto del Capo del Dipartimento n. 167 del 21 gennaio 2026 introduce indicazioni operative sul soccorso e l’assistenza agli animali nelle attività di protezione civile. Tradotto: non è più una materia lasciata al caso, alla sensibilità del singolo Comune o alla buona volontà di qualche associazione che “arriva e fa”.
È un tentativo serio di portare ordine, ruoli e metodo in un ambito che, nelle emergenze reali, pesa eccome: perché dove c’è una persona evacuata spesso c’è anche un animale, e ignorarlo significa complicare la gestione dell’assistenza alla popolazione.
Il testo richiama in modo netto che la tutela degli animali rientra nel perimetro del Servizio nazionale e che va trattata come parte dell’intervento complessivo. È un passaggio culturale prima ancora che operativo: la protezione civile non è solo “salvare vite umane”, ma garantire tenuta sociale, sicurezza, organizzazione e ripresa. Anche la relazione uomo–animale incide su questo equilibrio.
Ambito di applicazione: cosa entra e cosa resta fuori
Le indicazioni si applicano agli eventi gestiti dal sistema di protezione civile. È importante anche ciò che viene escluso: le emergenze legate alla diffusione di malattie trasmissibili negli animali (epizoozie) restano fuori e rimandano alla normativa sanitaria specifica.
Questa delimitazione è corretta: evita sovrapposizioni e chiarisce che qui si parla di emergenze territoriali e di gestione operativa in scenario di protezione civile.
Gli obiettivi: finalmente una lista chiara di “cose da fare”
Il decreto non si limita a dire “bisogna occuparsi degli animali”. Mettere obiettivi e azioni nero su bianco è la differenza tra teoria e sistema.
Gli obiettivi principali coprono tutta la filiera dell’emergenza e non solo il momento “emotivo” del recupero. Dentro ci sono, ad esempio: la gestione degli animali rinvenuti in attività di soccorso tecnico urgente (anche in contesti SAR), il ricongiungimento con i proprietari, la continuità dell’assistenza veterinaria, la tutela degli animali da allevamento in caso di danni o evacuazioni, la gestione degli animali al seguito nelle aree di accoglienza, il tema di colonie feline e animali vaganti, fino alla raccolta e gestione degli animali morti.
È un impianto completo: compagnia e zootecnia insieme, perché in certe emergenze il “patrimonio animale” è anche economia, sicurezza alimentare, tenuta delle comunità.
Catena di comando e responsabilità: il vero cuore del provvedimento
La parte più interessante, per chi lavora sul territorio, è l’organizzazione.
A livello comunale le attività devono entrare nei Piani comunali e agganciarsi alla funzione “Sanità, assistenza sociale e veterinaria” dei Centri Operativi. Il Comune ha un ruolo di primo intervento sul campo, in coordinamento con i Servizi veterinari dell’Azienda sanitaria competente. Questo significa che non è più sostenibile la frase “non è competenza mia”: la pianificazione diventa parte del dovere ordinario.
A livello provinciale (o Città Metropolitana), nel Centro Coordinamento Soccorsi il coordinamento delle attività di soccorso e assistenza agli animali è affidato al Servizio veterinario dell’Azienda sanitaria, con concorso delle strutture operative e con protocolli che possono includere associazioni e volontariato.
A livello regionale, la Regione deve garantire il concorso coordinato delle risorse e individuare una struttura competente per pianificazione e gestione dell’emergenza su questi aspetti, integrando i piani regionali con piani di settore. Qui c’è un messaggio chiaro: senza regia regionale, i Comuni da soli non reggono.
A livello centrale, in emergenza nazionale il coordinamento passa nel perimetro del Comitato Operativo e, se attivata, nella DiComaC, con un tavolo dedicato che può includere Ministeri competenti, strutture regionali, Vigili del fuoco, volontariato e soggetti tecnico-scientifici.
In sintesi: non è un “tema da volontari” o da associazioni animaliste. È un tema di sistema, con livelli e responsabilità definite.
Gli Allegati 2 e 3: la differenza tra pianificazione e improvvisazione
C’è un merito pratico che va riconosciuto: gli allegati separano bene ciò che si deve fare in fase ordinaria (pianificazione) da ciò che accade in emergenza. È un dettaglio solo per chi non ha mai gestito eventi reali.
In fase di pianificazione si parla di censimenti, mappature, accordi, protocolli con soggetti coinvolti, individuazione di strutture e mezzi per trasporto e ricovero, percorsi informativi per ricongiungimenti e gestione degli animali dispersi.
In emergenza si entra nella gestione operativa: messa in sicurezza, trasporto, assistenza veterinaria, stalli temporanei, aree dedicate nelle accoglienze, gestione degli animali nelle “zone rosse”, coordinamento dello smaltimento.
Questo impianto, se preso sul serio, riduce caos e conflitti di competenze.
Il punto critico: nuove attività, ma senza nuove risorse
Il decreto contiene una clausola di invarianza finanziaria: tutto deve avvenire “a risorse disponibili”. Qui sta il nodo vero, quello che farà la differenza tra un buon testo e una reale applicazione.
Perché pianificare significa tempo, personale, database, esercitazioni, logistica, accordi, strutture. Significa anche formazione e dispositivi adeguati per chi opera in sicurezza.
Senza un minimo di investimento organizzativo, il rischio è che si torni al copione già visto: in emergenza si corre, si improvvisa, e poi si riparte da zero.
Riflessioni operative: cosa serve perché funzioni davvero
Ci sono alcune domande semplici, che valgono più di mille slogan.
I Piani comunali prevedono davvero aree e procedure per animali nelle accoglienze?
Esiste una mappatura aggiornata delle realtà zootecniche vulnerabili e delle strutture che detengono animali sul territorio?
I protocolli con associazioni e volontariato sono dentro una catena di comando chiara o restano “collaborazioni spontanee”?
Chi fa cosa in sicurezza durante un intervento SAR dove sono presenti animali? E con quali competenze e dotazioni?
Se queste risposte non ci sono prima, in emergenza arrivano tardi e male.
Proposte concrete, senza fare i maestri
Se vogliamo che questo decreto diventi pratica quotidiana, alcune azioni sono realistiche e “a misura di territorio”.
Una check-list operativa standard per i Comuni, da integrare nei Piani comunali senza tecnicismi inutili.
Un set minimo di procedure per le aree di accoglienza con spazi dedicati agli animali e regole di gestione chiare.
Accordi tipo (modelli) tra Comune, Azienda sanitaria e associazioni/volontariato, per evitare protocolli inventati ogni volta.
Esercitazioni tematiche, anche piccole, perché la prima volta non può essere durante l’alluvione o l’incendio.
Un censimento ragionato di mezzi e strutture di ricovero, collegato a livello regionale, perché la logistica non si improvvisa.
Non serve trasformare tutto in un “nuovo sistema parallelo”: serve integrare, con metodo, ciò che già esiste nel Servizio nazionale.
Questo decreto, in sostanza, fa una cosa giusta: porta un tema reale dentro la pianificazione. Adesso la sfida è una sola: renderlo applicabile sul serio, prima che sia l’emergenza a ricordarcelo.
Chiara Garbin
Riferimenti normativi
- Decreto del Capo Dipartimento n. 167 del 21 gennaio 2026
- Allegato 1 – Indicazioni operative
- Allegato 2 – Azioni in fase di pianificazione
- Allegato 3 – Azioni in fase di emergenza

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