Una mia amica è venuta da San Pellegrino, in provincia di Bergamo, fino a Vicenza per correre l’Ultrabericus.

Quarantasei chilometri. Millecinquecento metri di dislivello. Sentieri, mulattiere, boschi, creste panoramiche — il periplo dei Colli Berici.

Io l’aspettavo all’arrivo, in Piazza dei Signori.

Mentre aspettavo guardavo gli altri runner tornare. Uno alla volta, con quella faccia precisa che hanno le persone che hanno appena attraversato qualcosa di grande. Non solo fatica — qualcos’altro. Una consapevolezza fisica, territoriale. Come se avessero imparato qualcosa che non si impara sui libri.

Questa gente conosce i Colli Berici meglio di chiunque altro.

Non come le guide turistiche. Non le brochure. Li conoscono con i piedi, con i polmoni, con gli occhi aperti dopo ore di corsa. Sanno dove piega un sentiero, dove l’acqua scende, dove il terreno cambia.


La domanda che mi sono fatta

Lavoro da anni su prevenzione e protezione civile. E so che uno dei problemi più difficili non è tecnico — è culturale.

Le persone non si sentono parte del territorio in cui vivono. Non lo conoscono abbastanza da sentirsi responsabili nei suoi confronti.

Le campagne di sensibilizzazione parlano di rischi, di procedure, di numeri da chiamare. Tutto necessario. Ma restano lontane. Astratte. Non entrano nel corpo delle persone.

Aspettando la mia amica in quella piazza mi sono fatta una domanda semplice: e se lo sport fosse la porta d’accesso che manca?


L’idea

Da lì è nata l’idea di Correre il territorio — un progetto che unisce attività sportive all’aperto e cultura della prevenzione.

Non un evento sportivo con uno stand informativo sul lato. Qualcosa di più integrato: usare sentieri, argini, percorsi naturali come aule a cielo aperto. Correre, camminare, fare orienteering su percorsi che raccontano il territorio — la sua storia, le sue fragilità, le opere che lo proteggono, il ruolo della protezione civile.

Chi percorre un argine capisce cos’è un argine. Chi corre vicino a un fiume impara a leggerlo. Chi attraversa un bosco dopo una frana non dimentica cosa significa dissesto idrogeologico.

Il corpo ricorda quello che la testa spesso dimentica.

Perché la prevenzione è una maratona

Non è uno sprint. Non si costruisce con una campagna o con un’emergenza passata.

Si costruisce con costanza, con conoscenza del percorso, con responsabilità condivisa. Esattamente come una maratona.

Il progetto può coinvolgere Comuni, associazioni sportive, volontari di protezione civile, scuole. Può partire piccolo — una camminata, un sentiero, una comunità — e crescere. Può adattarsi a qualsiasi territorio perché ogni territorio ha una storia da raccontare e una fragilità da conoscere.


Cerco chi vuole costruirlo insieme

Questa idea non voglio tenerla per me.

Se sei un’associazione sportiva, un Comune, un gruppo di protezione civile, una scuola — e senti che questa idea parla anche al tuo territorio — scrivimi.

Non ho un progetto chiuso da consegnare. Ho un’intuizione forte e la voglia di svilupparla con le persone giuste, nei posti giusti.

La mia amica è partita da Bergamo per correre i Colli Berici. Ha attraversato un territorio che non era il suo — e lo conosce adesso meglio di molti che ci vivono.

Per proteggere un territorio bisogna prima imparare a percorrerlo.

Partiamo da lì.

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