Ogni volta che arrivano due o tre giorni di caldo intenso, il dibattito pubblico sembra seguire lo stesso copione: titoli allarmati, immagini roventi, paragoni con le grandi estati del passato, richiami continui all’emergenza climatica.

Il punto, però, non è negare il caldo. E non è nemmeno negare il cambiamento climatico.

Il punto è capire se siamo ancora capaci di distinguere tra consapevolezza e paura, tra informazione e racconto emotivo, tra allarme utile e allarme permanente.

Perché il clima cambia davvero. Cambiano le temperature, cambiano gli equilibri, cambiano i parametri con cui dobbiamo leggere il territorio. Sarebbe sbagliato minimizzarlo.

Ma proprio per questo non basta ripeterlo ogni volta come una formula che chiude il discorso. Dire “cambia il clima” non può diventare la spiegazione finale di tutto. Deve diventare l’inizio di una responsabilità nuova.

L’estate del 2003, per chi l’ha vissuta, non fu semplicemente “un’ondata di caldo”. Fu una condizione lunga, pesante, continua. Tra fine maggio e giugno il caldo iniziò a farsi sentire e accompagnò l’Europa per mesi, con conseguenze sanitarie, sociali, agricole, ambientali ed energetiche molto rilevanti.

Non fu solo una questione di temperature massime. Fu soprattutto una questione di durata, persistenza, notti calde, siccità, vulnerabilità delle persone e capacità dei territori di reggere quella pressione.

A più di vent’anni di distanza, però, la domanda non può essere ancora soltanto: quanto farà caldo?

La domanda vera è un’altra: cosa abbiamo imparato davvero?

Perché se ogni estate ripartiamo da capo, con gli stessi allarmi, gli stessi consigli generici e la stessa sensazione di sorpresa, allora il problema non è solo il clima. È la difficoltà di trasformare l’esperienza in organizzazione.

Siamo passati, troppo spesso, da una sottovalutazione del problema a una narrazione continua della catastrofe. Ma tra negazione e paura esiste una terza strada: governare il rischio.

Ed è qui che dovrebbe stare una politica pubblica seria.

Non nel tranquillizzare a vuoto. Non nello spaventare ogni giorno. Ma nel trasformare ciò che sappiamo in prevenzione, adattamento e responsabilità.

L’allarme serve quando orienta comportamenti utili, quando aiuta le persone a proteggersi, quando attiva un sistema organizzato, quando mette in moto decisioni chiare e responsabilità precise. Diventa debole quando resta solo racconto emotivo.

Il rischio, altrimenti, è che l’emergenza diventi linguaggio permanente. Si alza il tono, si alza la paura, ma non sempre si alza la qualità della prevenzione.

E una comunità spaventata non è automaticamente una comunità preparata.

Preparare un territorio significa conoscere le sue fragilità, aggiornare i piani comunali, individuare e seguire le persone più esposte, coordinare servizi sociali, sanità, protezione civile e volontariato prima dell’emergenza, non durante.

Significa anche ripensare il modo in cui gestiamo l’acqua, il verde, gli spazi pubblici, gli orari, i servizi e la comunicazione alla popolazione.

Adeguarsi non significa rassegnarsi. Significa governare il cambiamento invece di subirlo.

Se il caldo diventa sempre più frequente, non possiamo continuare a trattarlo come una sorpresa. E se il cambiamento climatico modifica i parametri tecnici, allora devono cambiare anche le priorità amministrative.

Bisogna chiedersi come cambiano i piani, le manutenzioni, le scelte e le responsabilità di chi amministra.

Perché la prevenzione non è un titolo. È organizzazione.

Non è un comunicato nei giorni difficili. È lavoro continuo nei giorni normali.

Il caldo non si nega.

Ma non si governa con la paura.

Non basta misurare il rischio.

Bisogna governarlo.

Chiara Garbin

www.chiaragarbin.it

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