La sentenza di primo grado sulla tragedia delle gole del Raganello riapre una domanda che riguarda molti territori italiani: davanti a fenomeni difficili da prevedere, basta invocare l’imprevedibilità, o serve un sistema di responsabilità, informazione e prevenzione costruito prima?
Il 22 maggio 2026 il Tribunale di Castrovillari ha emesso la sentenza di primo grado sulla tragedia delle gole del Raganello, la piena improvvisa che il 20 agosto 2018, nel territorio di Civita, nel cuore del Pollino, travolse un gruppo di escursionisti causando dieci morti e undici feriti. L’allora sindaco di Civita, Alessandro Tocci, è stato condannato a quattro anni e un mese; la guida escursionistica Giovanni Vangieri a tre anni e cinque mesi. Gli altri imputati sono stati assolti. È una sentenza di primo grado, non definitiva.
Non spetta a chi si occupa di prevenzione sostituirsi ai giudici, e non serve usare una tragedia per alimentare processi sommari. Ma una riflessione pubblica è doverosa, perché il Raganello non parla solo di un singolo evento. Parla della convivenza, in molti territori italiani, tra bellezza, fragilità, turismo e rischio naturale.
Abbiamo luoghi straordinari attraversati ogni anno da migliaia di persone: gole, sentieri, versanti, aree montane, coste, borghi esposti a fenomeni improvvisi. Generano economia, identità, attrattività. Proprio perché sono luoghi vivi e frequentati, non possono essere gestiti come se il rischio fosse accessorio.
La difesa ha richiamato la tesi dell’imprevedibilità, definendo l’evento un “flash flood”, una piena lampo eccezionale. È un tema serio: esistono fenomeni rapidi, difficili da anticipare con precisione. Ma è qui il punto. Davanti a ciò che è difficile prevedere, la risposta non può essere l’assenza di organizzazione. Deve essere una prevenzione più solida, più semplice da applicare, più comprensibile per chi vive e per chi visita quei luoghi. La prevenzione non elimina il rischio. Riduce l’improvvisazione. E nei territori fragili l’improvvisazione diventa essa stessa un pericolo.
Il Codice della Protezione Civile, il D.Lgs. 1/2018, ha chiarito che la protezione civile è previsione, prevenzione, gestione e superamento dell’emergenza. Il “prima” non è facoltativo: è parte costitutiva del sistema. Eppure continuiamo a ragionare come se la protezione civile cominciasse solo quando accade qualcosa. Dopo arrivano indagini, perizie, sentenze, polemiche. Prima dovrebbero esserci pianificazione, conoscenza del territorio, comunicazione del rischio, manutenzione, informazione ai cittadini, procedure condivise.
Il caso impone domande concrete. Chi decide se un’area fragile è accessibile e a quali condizioni? Chi informa turisti, guide e residenti? Chi traduce un’allerta meteo in azioni sul territorio? Chi tiene insieme il piano comunale con il turismo, la viabilità, le attività all’aperto, la gestione degli accessi? Chi aggiorna le procedure dopo ogni criticità? Non sono domande per cercare un colpevole in astratto. Servono a costruire un sistema più maturo.
Un sindaco non va lasciato solo, soprattutto nei piccoli comuni montani. Ma un’amministrazione non può limitarsi a sperare che vada bene. La responsabilità della prevenzione va resa condivisa, e insieme visibile, organizzata, documentata. Vale ancora di più nei territori turistici, dove la promozione di un luogo non può essere separata dalla sua sicurezza. Il turismo sostenibile è anche gestione del rischio: sapere quando un luogo si può fruire e quando va temporaneamente chiuso, dare informazioni semplici e tempestive, formare gli operatori, coinvolgere le guide, collegare i piani comunali alle attività reali che si svolgono sul territorio.
Qui torna un principio per me decisivo: il piano di protezione civile non può essere un documento fermo. Deve essere un piano vivo, che dialoga con l’urbanistica, il turismo, la manutenzione, la scuola, il volontariato, gli operatori economici, i cittadini. Un piano che nessuno conosce non protegge. Un piano che non si aggiorna non governa. Un piano che non diventa procedura resta carta.
Al di là degli esiti giudiziari che seguiranno, il Raganello consegna una lezione che precede ogni grado di giudizio: nei territori fragili non basta intervenire dopo. Bisogna organizzare prima. E organizzare prima significa anche avere il coraggio di decisioni impopolari quando servono — chiudere un accesso, sospendere un’attività, dire che quel giorno non si entra. La prevenzione raramente fa notizia. Ma è lì che si misura la qualità di un’amministrazione: nella capacità di ridurre le condizioni perché il disastro accada, prima ancora di doverlo gestire.
La protezione civile non comincia quando arriva l’acqua o cade il versante. Comincia molto prima, nella cura ordinaria del territorio. Dopo una tragedia si cercano risposte. Prima si costruisce prevenzione.
Chiara Garbin
www.chiaragarbin.it

One response
Condivido pienamente.
Credo, che l’educazione e la cultura della protezione civile, nel nostro paese, siano ancora un po’ indietro rispetto all’evoluzione dei tempi.
Sarebbe auspicabile che già nelle scuole, i rudimenti e i principi base potessero diventare ore di una moderna educazione civica