Nel nostro immaginario collettivo, ogni volta che accade una calamità vediamo comparire gli “angeli del fango”: cittadini mossi dalla solidarietà, pronti a spalare fango, portare conforto e darsi da fare. Un’immagine potente, emotivamente coinvolgente. Ma la realtà della protezione civile è ben più complessa. C’è una differenza sostanziale — e normativa — tra chi aiuta spontaneamente e chi è un volontario di protezione civile. E quella differenza è tutto.
Il volontario di protezione civile non è pagato, ma non è nemmeno un improvvisato. È inserito all’interno di un’organizzazione iscritta negli elenchi ufficiali, formato, dotato di dispositivi di protezione individuale, coperto da assicurazione. Ma soprattutto: interviene solo su attivazione delle autorità competenti. Solo in quel momento scatta la tutela: la copertura assicurativa, il riconoscimento dell’attività e, per chi lavora, il trattamento economico durante il periodo di impiego, sia che si tratti di un dipendente, sia che si tratti di un lavoratore autonomo. Sono diritti sanciti da precise norme dello Stato (come il Codice della Protezione Civile), ma non arrivano automaticamente: si attivano con la chiamata formale, non con la buona volontà.
Ma ai diritti si accompagnano dei doveri. Il primo è quello alla formazione: non si può essere volontari di protezione civile senza un percorso formativo minimo e aggiornato. Un dovere stabilito dai decreti nazionali, che prevedono anche la sorveglianza sanitaria per alcune attività e l’utilizzo di DPI. Il secondo dovere è quello di operare dentro un sistema: il volontario non agisce da solo, non decide dove e come intervenire. Segue regole, procedure, catene di comando. E lo fa per tutelare sé stesso, i colleghi e i cittadini.
È qui che la figura degli “angeli del fango” — per quanto simbolicamente bella — si sgretola sul piano della responsabilità. Queste persone generose, ma spesso non formate e non assicurate, si muovono in contesti critici senza garanzie per sé e per gli altri. In caso di incidente, chi risponde? La magistratura non fa sconti: la prima cosa che verifica è se c’è stata un’attivazione formale e se chi operava era inquadrato correttamente nel sistema. Senza questo, anche in buona fede, si può incorrere in una responsabilità indiretta che nessuno ha considerato. È come lavorare in un cantiere a cielo aperto: se non ci sono autorizzazioni, formazione e protezioni adeguate, i rischi ricadono su tutti. E i cantieri, lo sappiamo bene, non sono luoghi dove si può improvvisare.
La protezione civile non può permettersi l’improvvisazione. Non oggi, non più. Oggi serve metodo, competenza, rete. Il volontariato è una colonna portante del sistema, ma deve essere preparato, riconosciuto e soprattutto rispettato. Non può essere usato come tappabuchi o celebrato solo nelle emergenze.
Serve una nuova cultura del volontariato di protezione civile: uno spazio chiaro tra cittadinanza attiva e professionalità strutturata, dove chi sceglie di donare il proprio tempo lo fa sapendo di essere tutelato, utile e parte integrante di un disegno più grande. Solo così possiamo costruire un sistema che funzioni davvero: prima, durante e dopo l’emergenza.
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