di Chiara Garbin
L’Europa ci chiede di prepararci anche alle conseguenze di una possibile guerra. Lo fa con una strategia presentata nel marzo 2025, che punta a rendere Paesi e cittadini più pronti davanti a ogni tipo di crisi: disastri naturali, blackout, attacchi informatici, conflitti.
Prepararsi è giusto. Nessuno può ignorare i rischi, neppure quelli che oggi sembrano lontani.
Ma in questo nuovo quadro c’è un sistema che viene chiamato in causa più di altri: la Protezione Civile. Si parla sempre più spesso di collaborazione tra protezione civile, difesa civile e difesa militare, di esercitazioni comuni, di nuovi scenari da mettere in conto.
E qui mi pongo una domanda: che cosa stiamo chiedendo alla Protezione Civile di diventare?
Ruoli diversi, da tenere distinti
In Italia la difesa civile ha già i suoi compiti, affidati al Ministero dell’Interno. La Protezione Civile ha una missione definita dalla legge: conoscere e prevenire i rischi, gestire le emergenze, aiutare le comunità a tornare alla normalità.
Se una guerra avesse conseguenze sulla popolazione, la Protezione Civile sarebbe chiamata ad assistere, nell’ambito delle proprie competenze. È giusto ed è inevitabile.
Collaborare, però, non significa confondere i ruoli. E prima di affidare nuovi compiti a un sistema, bisogna chiedersi una cosa semplice: svolge già bene quelli che ha?
La prova è un’alluvione
Per rispondere non serve immaginare una guerra. Basta un temporale.
Piove forte per ore, il torrente si gonfia, le strade si allagano, va via la corrente. Oppure arriva una scossa di terremoto alle tre di notte.
È il terreno su cui la Protezione Civile lavora, prima e durante l’emergenza. Eppure: quanti cittadini conoscono il piano di Protezione Civile del proprio Comune? Quanti sanno dove andare se devono lasciare casa? Quante amministrazioni verificano con esercitazioni che il piano funzioni davvero?
Sappiamo da decenni quali territori sono esposti ad alluvioni, frane e terremoti. Eppure troppo spesso interveniamo quando il danno è già fatto.
Un piano chiuso in un cassetto non protegge nessuno.
Il rischio di snaturare la Protezione Civile nasce da qui. Se continuiamo ad affidarle nuovi compiti mentre nel nostro Paese la prevenzione fatica ancora a diventare una priorità, la costringiamo a rincorrere ogni nuova emergenza e a perdere di vista quello che dovrebbe essere il suo primo compito: aiutare i territori a prevenire.
Servono formazione, mezzi, organizzazione e responsabilità chiare. E serve che ogni ente faccia la sua parte prima dell’emergenza: se un corso d’acqua ha problemi conosciuti, se una scuola è vulnerabile, se un ponte richiede interventi, non si può aspettare che accada qualcosa.
Lo stesso vale per i cittadini
La strategia europea chiede anche di aiutare le persone a essere autonome, per quanto possibile, nelle prime 72 ore di una crisi. È un’indicazione utile.
Ma il principio è lo stesso: non basta assegnare un compito, bisogna dare a chi lo riceve le condizioni per svolgerlo. Mentre chiediamo alle famiglie di prepararsi, le istituzioni devono essere pronte ad assistere chi non può farcela da solo: gli anziani soli, le persone con disabilità, chi non ha una rete familiare vicina.
La preparazione dei cittadini non può sostituire la responsabilità delle istituzioni. Deve affiancarla.
La paura non rende più sicuri
Parlare di guerra spaventa. Ma la paura, da sola, non rende nessuno più sicuro.
Una famiglia che vive vicino a un fiume ha bisogno di conoscere il pericolo, certo. Ma soprattutto deve sapere cosa fare in caso di allerta e poter contare su istituzioni che abbiano lavorato per ridurre il rischio.
Non servono cittadini spaventati. Servono cittadini informati.
Rafforzare prima di allargare
Non sostengo che si debba scegliere tra prepararsi a una guerra e prevenire un’alluvione. La stessa strategia europea considera tutti i rischi e dà spazio alla prevenzione.
Chiedo però che ogni nuovo compito affidato alla Protezione Civile sia accompagnato da una domanda: stiamo rafforzando il sistema o gli stiamo solo chiedendo di fare di più?
La sicurezza non si costruisce moltiplicando gli scenari. Si costruisce conoscendo i rischi e riducendo le vulnerabilità, giorno dopo giorno.
Prepararsi al futuro significa, prima di tutto, prendersi cura del presente.
L’emergenza si gestisce. La prevenzione si governa.
Chiara Garbin
www.chiaragarbin.it
© Chiara Garbin
Riferimenti
- Commissione europea e Alto rappresentante, Strategia per un’Unione della preparazione, JOIN(2025) 130 final, 26 marzo 2025. Documento ufficiale EUR-Lex.
- Decreto legislativo 2 gennaio 2018, n. 1, Codice della Protezione Civile, articolo 2 e successive modificazioni. Testo su Normattiva.

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