Ogni volta che si prevede una forte ondata di maltempo, la Protezione Civile emette un’allerta. Ma cosa significa, in concreto, “allerta arancione” o “fase di preallarme”?
E perché a volte c’è pioggia intensa ma nessuno ha avvisato, mentre in altri casi si chiudono scuole, si allertano volontari, si attivano i piani comunali?

Se te lo sei chiesto almeno una volta, sei in buona compagnia. Perché dietro a quei colori e a quelle parole c’è un sistema molto preciso, costruito in anni di esperienza, errori, miglioramenti e, soprattutto, norme chiare che indicano chi deve fare cosa e quando.

Cominciamo dall’inizio: perché è stato creato un sistema di allerta?


Fino a pochi decenni fa, in Italia ognuno faceva da sé: chi gestiva il territorio decideva se chiudere una strada o evacuare una zona semplicemente a occhio, o peggio, solo dopo che il danno era avvenuto.

Dopo eventi tragici, si è deciso che serviva un sistema uniforme: che permettesse di sapere prima se un temporale o una pioggia potevano trasformarsi in un pericolo reale per le persone o i beni.
Non bastava più sapere se pioveva, ma serviva capire se quella pioggia avrebbe causato frane, allagamenti, strade interrotte, case isolate.

Così è nato il sistema di allertamento nazionale, regolato dalla Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 27 febbraio 2004 e aggiornato nel 2020.
Da lì, ogni Regione si è organizzata per valutare ogni giorno i rischi e avvisare i Comuni. Ma attenzione: non è solo una previsione meteo.

I livelli di allerta: non guardano il cielo, ma il suolo


L’allerta non dice solo “domani piove”, ma quali effetti potrebbe avere quella pioggia sul territorio.
Per questo si parla di “criticità attesa”, cioè: ci aspettiamo che accada qualcosa di problematico al suolo.

Ecco i livelli:
– Verde → tutto nella norma, nessuna criticità
– Giallo → possibili disagi localizzati: smottamenti, allagamenti non gravi
– Arancione → rischio moderato: fenomeni diffusi, impatto sulla popolazione
– Rosso → rischio elevato: eventi estesi, con gravi conseguenze attese

Chi li decide? I Centri Funzionali regionali, che ogni giorno incrociano dati meteo con le mappe del rischio e informano le Regioni.

E le fasi operative? Cosa sono?


Qui arriviamo al punto centrale: quando arriva un’allerta, chi amministra – Regione o Comune – deve decidere se attivare una fase operativa.

Cosa significa?
Significa: mi preparo a intervenire, controllo il territorio, avviso i volontari, attivo la catena di comando.
Sono azioni concrete, che vanno previste prima che l’emergenza inizi.

Le fasi operative sono tre:
– Attenzione → monitoraggio, controllo delle aree a rischio, prima comunicazione interna tra tecnici e istituzioni
– Preallarme → si allertano strutture operative, si valutano eventuali evacuazioni, si attivano i piani
– Allarme → si è pronti a intervenire sul territorio: ordinanze, chiusure, soccorso diretto

Ma attenzione: la fase non è obbligatoriamente collegata al colore dell’allerta.
Una allerta arancione può portare a una fase di preallarme, ma solo se lo scenario lo richiede.
A decidere sono le autorità competenti (Regione o Comune), sulla base della situazione locale, della tempistica del fenomeno, e della capacità del sistema di reagire.

Il Sindaco, come Autorità di protezione civile locale, ha il compito di valutare e, se necessario, attivare le fasi operative previste dal piano di emergenza comunale.

In sintesi

I livelli di allerta servono a prevenire, a mettere in moto il sistema.
Le fasi operative servono a decidere come e quando agire, se necessario.

Ecco perché:
– Un’allerta gialla non è un’emergenza, ma un invito a prepararsi
– Un’allerta rossa non impone automaticamente la chiusura delle scuole, ma abilita l’amministrazione a farlo, se ci sono i presupposti

Conoscere questo sistema significa capire che dietro ogni colore c’è una scelta, e che la protezione civile non funziona da sola, ma ha bisogno di responsabilità, pianificazione, conoscenza e collaborazione.

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