Per troppo tempo abbiamo accettato l’espressione “disastro naturale” come qualcosa di ovvio. Come se fosse inevitabile, come se non ci fosse nulla da fare.
Ma è proprio questa narrazione a togliere forza alla prevenzione e a deresponsabilizzare chi dovrebbe agire prima che sia troppo tardi.
Un terremoto, un’alluvione, un incendio boschivo sono fenomeni naturali.
Ma il disastro si verifica quando questi eventi colpiscono una società impreparata, un territorio fragile, senza manutenzione, senza pianificazione, senza consapevolezza.
Il linguaggio non è neutro
Quando diciamo “disastro naturale”, stiamo già dicendo che non c’è colpa, che “è colpa della natura”.
Ma non è così.
- Non è la pioggia intensa a fare il disastro, ma l’assenza di opere idrauliche, di pulizia dei fossi, di un sistema di allerta efficace.
- Non è il sisma a fare migliaia di morti, ma le case costruite male, le scuole non adeguate, i piani di emergenza assenti.
- Non è il fuoco che si propaga da solo, ma la mancata prevenzione nei boschi e l’assenza di vigilanza del territorio.
Perché usare un altro linguaggio?
Perché cambiare le parole cambia anche l’approccio.
Se i disastri non sono naturali, allora sono evitabili.
E se sono evitabili, diventa urgente investire in prevenzione, pianificazione, formazione, manutenzione, controllo.
Questa non è solo una questione semantica: è una battaglia culturale.
Serve un cambio di passo
Continuare a parlare di “disastri naturali” è comodo. Serve a chi non vuole assumersi responsabilità.
Ma non serve al cittadino, che ha diritto di sapere che molto può essere fatto.
Serve invece creare una cultura nuova, che parta dalla consapevolezza e arrivi all’azione.
Chi oggi lavora nella protezione civile, negli enti locali, nelle scuole, nelle imprese, può e deve essere parte attiva di questa rivoluzione del pensiero.
A partire dalle parole, certo. Ma soprattutto dalle scelte.
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