In un’Italia attraversata da un’ondata di calore che sta provocando danni sanitari, agricoli e infrastrutturali, parlare di piani di emergenza non è solo un obbligo normativo, ma un atto di buon governo. Non possiamo più permetterci documenti statici, scollegati dalla realtà dei fatti, buoni solo per superare un controllo o da tirare fuori quando l’allerta è già scattata.
Serve un cambio di passo: oggi gli eventi non si presentano più con stagionalità prevedibile o modalità tradizionali. Il caldo non è solo disagio, è rischio. Eppure, nei piani di emergenza locali, il rischio calore spesso non è nemmeno contemplato.
Il Codice della Protezione Civile (D.Lgs. 1/2018) prevede chiaramente che la protezione civile sia fondata sulla previsione, la prevenzione e la mitigazione dei rischi, anche con misure non strutturali. Questo significa conoscere il proprio territorio, aggiornare le vulnerabilità e costruire risposte rapide e coordinate. Il piano di emergenza deve essere uno strumento vivo, non una formalità.
E oggi, la prevenzione non strutturale – che costa poco e vale molto – è la chiave: monitoraggi sul campo, formazione di chi opera e di chi amministra, coinvolgimento del volontariato in azioni concrete, protocolli tra enti e utility, comunicazione semplice ma efficace ai cittadini. Il caldo, come la pioggia o il fuoco, va pianificato.
L’art. 18 del Codice lo dice chiaramente: i piani vanno aggiornati periodicamente, tenendo conto delle variazioni dei contesti e dei rischi. Oggi quel contesto si chiama “ondata di calore”, e non può essere ignorato.
Chi governa, chi amministra, chi coordina deve sapere che il piano è il punto di partenza, non di arrivo. Serve una mentalità da gestione ordinaria del rischio, non da emergenza last minute. E serve il coraggio di riscriverli insieme: con le ULSS, con i tecnici, con i volontari, con le reti sociali. Perché se il clima muta e l’impatto muta, anche noi dobbiamo mutare. E i piani devono guidare il cambiamento, non inseguirlo.
5 azioni concrete per aggiornare i piani di emergenza in risposta alle ondate di calore
1. Inserire il rischio ondata di calore tra gli scenari di rischio locali
Non basta citarlo: va analizzato, localizzato e descritto nei suoi effetti reali su salute, infrastrutture, servizi essenziali e fragilità sociali.
2. Mappare i soggetti fragili e i luoghi sensibili
RSA, centri per anziani, scuole, quartieri con scarsa ombreggiatura, abitazioni senza ventilazione: il piano deve avere elenchi aggiornati, referenti, azioni previste.
3. Attivare protocolli con ULSS, Protezione Civile, servizi sociali e gestori dei servizi pubblici
Serve un’azione coordinata per prevenire blackout, garantire assistenza e gestire comunicazioni tempestive.
4. Prevedere azioni semplici ma tempestive per il supporto alla popolazione
Centri refrigerati, trasporti per persone non autosufficienti, distribuzione di acqua, orari modificati per servizi pubblici e cantieri.
5. Coinvolgere il volontariato locale anche nella prevenzione
Formazione, monitoraggi, campagne informative porta a porta, collaborazione con le amministrazioni e con il sistema sanitario.
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