Apri un giornale, scorri i social, accendi la TV. Ovunque trovi titoli roventi, mappe colorate, immagini allarmanti. Ogni pioggia è un evento epocale, ogni caldo è senza precedenti. E ogni volta si rispolvera la solita frase: “Attenzione, il clima non è il meteo”.
Ma a furia di ripeterlo, stiamo dimenticando la cosa più importante: cosa stiamo facendo, davvero, per vivere meglio in un territorio fragile? Perché sì, è vero che i fenomeni cambiano, ma anche noi dovremmo cambiare. E invece vediamo sempre le stesse scene: strade allagate, fiumi che esondano, amministratori che si affrettano a dichiarare l’emergenza e cittadini che dicono “una cosa così non l’avevo mai vista”.
Ecco, iniziamo da qui. Quando qualcuno dice “non ho mai sentito un caldo così”, bisognerebbe chiedergli: da quanto tempo osservi davvero il clima? Perché noi esseri umani viviamo mediamente 80-90 anni, e spesso ci ricordiamo a malapena l’estate scorsa. Il clima segue cicli lunghi, ma ciò che oggi ci colpisce è anche il frutto di decenni di non-gestione del territorio.
Il clima è il contesto, ma la responsabilità è nostra.
Il problema non è la pioggia o la grandine. È dove cade. È su cosa cade. Se cade su un fosso abbandonato, su un argine non manutenuto, su una città senza un piano aggiornato, i danni sono inevitabili.
E allora la domanda è: cosa fa davvero la protezione civile ogni giorno per evitarli?
La risposta è: molto, ma spesso invisibile. Pianificazione, simulazioni, formazione, aggiornamento dei piani, sensibilizzazione, presenza nelle scuole, monitoraggio del territorio. Questo è il lavoro quotidiano, quello che non fa notizia. Eppure è lì che si costruisce la sicurezza.
I volontari non arrivano dal nulla. Si formano, si esercitano, si mettono in gioco con competenza e spirito civico. Ma serve un sistema che li riconosca, li protegga e li valorizzi anche in tempo di pace. Perché la protezione civile non è solo sirene e sacchi di sabbia. È un lavoro di squadra, è cultura, è responsabilità condivisa. Ed è proprio quando tutto sembra calmo che si costruisce un sistema resiliente.
Non ci stiamo adattando. E si vede.
Parliamo tanto di adattamento climatico, ma non ci siamo adattati a nulla. Le reti fognarie in molte città italiane sono vecchie di 60 o 70 anni e non reggono nemmeno una pioggia intensa, figuriamoci un evento eccezionale. I bacini di contenimento mancano o sono insufficienti. I canali scolmatori sono spesso colabrodo. I versanti franosi vengono lasciati com’erano dopo l’ultima emergenza, in attesa della prossima. Le acque piovane vengono gestite con impianti nati per un altro secolo.
E intanto si continua a costruire, ad asfaltare, a impermeabilizzare. Ma guai a parlarne, perché poi si rischia di “rovinare la narrazione”.
Quella narrazione che, quando serve, tira fuori la parola “evento imprevedibile” per ogni disagio, ignorando il fatto che la prevenzione si fa a terra, non dal divano.
Basta emergenza continua: serve prevenzione vera
In Italia abbiamo ancora una visione “eroica” dell’emergenza: quando succede qualcosa, tutti pronti a fare la propria parte. Ma poi si torna al silenzio. Il punto è che la prevenzione costa meno, e funziona meglio.
Secondo i dati ufficiali, ogni euro speso in prevenzione ne fa risparmiare sette in emergenza. Eppure si continua a investire solo dopo il danno. Questa non è pianificazione, è rincorsa.
Il cambiamento climatico viene spesso usato come coperta per tutto: è comodo, deresponsabilizza, distoglie l’attenzione dalle scelte mancate. Ma non possiamo più permetterci di far finta che tutto dipenda dal cielo. Il caldo c’è, la grandine pure, ma la differenza la fa quello che c’è sotto. Serve tornare a un patto concreto tra amministratori, cittadini e volontari. Dove ciascuno ha un ruolo, e lo svolge con coscienza.
La protezione civile è il vero argine culturale
Se vogliamo invertire la rotta, dobbiamo iniziare proprio da lì: dalla cultura di protezione civile. Che non è un corpo speciale, ma un sistema. Un sistema fatto di responsabilità, conoscenza, partecipazione. Dove il cittadino è parte attiva, dove il sindaco sa cosa fare e con chi farlo, dove il volontario è protagonista e non comparsa.
C’è bisogno di meno show e più presidio. Meno hashtag e più piani. Meno analisi post evento e più esercitazioni pre evento.
Abbiamo bisogno di una protezione civile che torni al centro delle scelte pubbliche, e che smetta di essere chiamata solo quando tutto è già compromesso. Perché se prevenire non fa notizia, è solo perché prevenire funziona.
Il rischio è la diagnosi. La resilienza è la terapia. Ma senza volontà di guarire, non serve mettere nulla.
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