Oggi non mi fermo al volontariato di protezione civile.
Parlo – come è nella mia natura – di tutela del territorio in senso ampio.
L’acqua è il filo che lega le civiltà, la risorsa che più di tutte rivela il livello di intelligenza di un popolo.
E guardando al passato, non possiamo non chiederci: noi, con tutta la tecnologia e gli strumenti di oggi, stiamo davvero facendo meglio?
Inca: l’acqua come dono sacro
Gli Inca, senza ferro né ruote, hanno scolpito la montagna e costruito canali, fontane e drenaggi che funzionano ancora oggi.
Ogni goccia era sacra, ogni canale era parte di un sistema che univa ingegneria e spiritualità. Non era solo tecnica: era rispetto della natura e uso consapevole della risorsa.
Romani: la potenza della logistica urbana
I Romani, con la sola gravità e calcoli millimetrici, hanno portato l’acqua nelle città.
Acquedotti lunghi decine di chilometri, terme, fontane pubbliche, sistemi fognari. Hanno inventato il cemento idraulico, che ancora oggi resiste.
Per loro l’acqua era benessere pubblico, igiene, potenza imperiale.
Noi, oggi
Abbiamo satelliti che prevedono le piogge, sensori che monitorano le dighe, pompe elettriche, intelligenza artificiale e materiali indistruttibili.
Eppure:
- le reti idriche italiane perdono oltre il 40% dell’acqua potabile;
- città e campagne subiscono carenze d’acqua anche in anni non siccitosi;
- i fiumi esondano perché gli argini non vengono manutenuti;
- depuratori e infrastrutture restano spesso incompleti o mal gestiti.
Nessuno nega che grandi opere siano state fatte: i bacini di laminazione realizzati in Veneto, e in particolare a Vicenza, hanno dimostrato la loro efficacia nel contenere le piene e rappresentano una risposta concreta al rischio idraulico. Sono esempi di ciò che si può fare con serietà e pianificazione.
Eppure il paragone con gli strumenti che avevano allora, e quelli che abbiamo oggi, lascia una domanda inevitabile:
Con meno mezzi hanno fatto di più. Noi, con tutto, cosa stiamo facendo?
La burocrazia come freno
Qui emerge un altro nodo cruciale: la burocrazia.
Abbiamo tecnologie avanzate, la forza del volontariato, professionisti competenti… eppure troppe volte ci fermiamo davanti a carte, autorizzazioni, ricorsi e procedure infinite.
La verità è che la burocrazia la creiamo noi: è il risultato di norme sovrapposte, scelte politiche timide, paura delle responsabilità. Così, mentre i progetti restano nei cassetti e i cantieri si bloccano, il territorio continua a cedere.
Gli Inca e i Romani non avevano certo i nostri strumenti, né il nostro apparato amministrativo. Ma hanno lasciato opere che resistono da secoli. Noi, con tutto, spesso non riusciamo nemmeno a mantenere ciò che già esiste.
La vera questione
Il cambiamento climatico c’è, ma troppo spesso è diventato una scusa comoda per spostare l’attenzione.
Se ci limitiamo a invocarlo come causa di tutto, senza guardare a cosa dobbiamo fare qui e ora sul nostro territorio, non risolveremo nulla.
L’allarmismo mediatico alimenta paura e like: quando c’è il sole, ansia per la siccità; quando piove, terrore per l’alluvione. E intanto i meteorologi diventano influencer più che tecnici.
La realtà è che serve meno ideologia e più pragmatismo.
Non basta parlare di CO₂ o di “emergenze globali”: dobbiamo agire localmente con manutenzione, adattamento, responsabilità condivisa.
Perché il clima cambia, sì, ma ciò che fa davvero la differenza è come noi governiamo e gestiamo il territorio.
Una sfida aperta
La storia ci mostra che gli antichi hanno saputo trasformare limiti in forza.
Noi abbiamo strumenti infiniti, ma spesso manca la volontà di usarli bene.
Se vogliamo lasciare qualcosa che duri, dobbiamo avere il coraggio di fare ora ciò che gli antichi hanno fatto con mezzi infinitamente minori: costruire, mantenere e proteggere.
3 lezioni dagli antichi per l’acqua di oggi
- Rispetto e uso consapevole
Gli Inca trattavano l’acqua come un dono sacro: niente sprechi, ogni canale aveva un senso. - Visione e infrastrutture durature
I Romani costruivano pensando al bene comune e alla lunga durata: opere che hanno retto per millenni. - Agire, non rimandare
Noi abbiamo tecnologie e conoscenze infinite, ma spesso ci perdiamo nella burocrazia e nell’allarmismo.
Serve concretezza: costruire, mantenere, proteggere.

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