Ogni estate la storia si ripete. Gli ettari bruciati cambiano, i nomi dei paesi cambiano, ma lo schema resta lo stesso: il fuoco non nasce per caso, qualcuno lo accende. E in molti casi, chi lo accende ha un volto e un nome.

Secondo il report Italia in fumo di Legambiente, dal 1° gennaio al 18 luglio 2025 si sono verificati 653 incendi, bruciando 30.988 ettari di territorio. Una media di 3,3 roghi al giorno, con picchi proprio nei mesi estivi, quando caldo e vento fanno da amplificatori. I dati ISPRA confermano che solo il 2% degli incendi in Italia ha origine naturale: il restante 98% è causato dall’uomo, per dolo o colpa. All’interno di queste cause, la componente dolosa rappresenta circa il 50–60% dei casi accertati, con punte ancora più alte in alcune regioni.

Quattro storie, un’unica mano

Negli ultimi giorni le cronache hanno raccontato episodi che sembrano tasselli di un unico disegno.

A Montemiletto, in Irpinia, ettari di ulivi e vegetazione sono stati divorati dalle fiamme. Le case sono state minacciate e un 58enne, ripreso dalle telecamere con un cerino in mano, è stato arrestato.

Nella Marsica, in Abruzzo, gli incendi si ripetono negli stessi punti: dal Monte Salviano a Pescina, Celano e Capistrello. Troppi focolai, troppo vicini nel tempo e nello spazio per essere casuali.

Sul Vesuvio, in Campania, le fiamme restano estese e persistenti, con sospetti di interessi economici legati alle bonifiche e agli interventi post-incendio.

A Grosseto, in Toscana, due dodicenni hanno appiccato un rogo tra case e infrastrutture, ripresi dalle telecamere. Troppo giovani per essere imputabili, ma perfettamente in grado di capire la gravità del gesto.

La costante: sempre negli stessi periodi

Ogni anno, nello stesso arco temporale, gli incendi si moltiplicano come se qualcuno stesse seguendo un calendario. La maggior parte dei roghi dolosi esplode tra luglio e settembre, quando le condizioni meteo rendono più facile l’innesco e più difficile lo spegnimento. Fatalità? Improbabile. Eppure, nonostante questa regolarità, si continua a intervenire solo a disastro iniziato.

Educazione e deterrenza: due facce della stessa strategia

L’educazione è indispensabile, ma se si ferma alla teoria non basta. Serve portare la protezione civile nelle scuole, far toccare con mano ai ragazzi cosa significa prevenire un incendio e quali conseguenze produce.Quando la volontà di cambiare non c’è, devono entrare in gioco misure dure e certe: pene severe e applicate senza sconti, sorveglianza aerea e terrestre nei periodi critici, presidi permanenti nei punti più a rischio, confisca dei beni a chi danneggia volontariamente il territorio.

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