Perché lo stesso evento non ha gli stessi effetti ovunque.
Non tutto ciò che è estremo diventa disastro. Lo diventa quando incontra qualcosa che non regge.
Due valli, la stessa pioggia
Immaginiamo una pioggia forte su due valli.
In una il torrente è seguito. I punti deboli si conoscono, vengono controllati e qualcuno li tiene d’occhio nel tempo. Nell’altra c’è un punto critico noto da anni. I lavori sono stati rimandati, si è intervenuti solo per tamponare e, col tempo, quella situazione è diventata quasi normale.
La pioggia può essere la stessa. Quello che trova, no.
Il tombino che tutti conoscono
Il disastro comincia quando una criticità conosciuta diventa normalità.
Lo sanno tutti che quel tombino si intasa a ogni temporale. Si mette un sacco di sabbia, si sposta l’auto, si aspetta che passi. Poi torna il sole e non se ne parla più, fino alla volta dopo. Ci si abitua, e il problema smette di sembrare un problema.
Poi arriva una pioggia più forte delle altre.
Tra una valle e l’altra cambiano cose molto semplici:
- un tombino che scarica, o che si intasa a ogni temporale;
- un fosso controllato, o dimenticato;
- una strada costruita dove l’acqua passa, o altrove;
- un piano di emergenza aggiornato, o fermo in un cassetto;
- cittadini che sanno dove andare, o no.
Nessuna di queste cose, da sola, fa un disastro. Messe insieme cambiano molto le conseguenze della stessa pioggia.
Il lavoro che non si vede
Non ogni danno si può evitare. Ci sono eventi così forti da fare male anche a territori ben gestiti. Ma tra non poter evitare tutto e non poter fare nulla c’è una grande differenza, ed è lì che sta la prevenzione.
Un problema che si costruisce nel tempo si può ridurre nel tempo. Bisogna sapere dove sono i punti deboli, seguirli, intervenire per tempo.
Prendiamo fossi, canali e torrenti minori: in Veneto una parte importante di questo lavoro è affidata ai Consorzi di bonifica.
Sono sopralluoghi, controlli, piccoli interventi, monitoraggio. Niente sirene, niente elicotteri, niente immagini da emergenza. Ma spesso è lì che si decide quanto male farà l’evento.
Vale anche per il piano di emergenza. Non è un documento da approvare e archiviare: deve dire quali rischi ci sono nel territorio, chi fa cosa, dove si va e come si aiutano le persone, anche quando serve allontanarle.
Un buon piano non elimina il rischio, ma evita di cominciare a ragionare quando l’acqua è già in strada.
Dopo un’emergenza arriva sempre la stessa domanda: di chi è la colpa? È comprensibile.
Ma la domanda più utile viene prima: quanti problemi erano già noti, e quanti si potevano ridurre?
Serve a capire dove il sistema può migliorare.
Non tutti pagano allo stesso modo
Dopo un evento non tutti hanno le stesse possibilità.
Chi ha risparmi, informazioni e una famiglia vicina affronta un danno in un modo. Chi è solo o ha poco lo vive in un altro.
Perdere l’auto può essere un disagio, oppure può voler dire non riuscire più ad andare al lavoro.
Una casa inagibile può significare qualche settimana di difficoltà per una famiglia e mesi di incertezza per un’altra.
Non è questione di capacità: sono diverse le possibilità di ciascuno.
Per questo la vulnerabilità non riguarda solo un argine o una strada, ma anche le persone.
E dopo?
L’acqua scende. Le telecamere se ne vanno. Le strade riaprono.
Per qualcuno il disastro continua: le case da svuotare, il negozio che non riapre, l’auto da sostituire, la strada chiusa per mesi, le pratiche e le attese.
A volte ci sono famiglie che decidono di non tornare.
L’evento passa. Il disastro comincia prima e resta dopo.

No responses yet