Ogni anno, nella Giornata internazionale delle persone con disabilità, siamo sommersi da post, slogan, hashtag sull’inclusione. Tutto giusto. Ma per chi si occupa di protezione civile, la domanda vera è un’altra:
Quando c’è un’alluvione, un incendio, un terremoto… le persone con disabilità sono davvero messe nelle condizioni di salvarsi e di essere aiutate come serve a loro?
Negli ultimi anni qualcosa si è mosso. Il decreto del 10 marzo 2025 del Dipartimento di Protezione Civile, con le indicazioni operative per la pianificazione degli interventi a favore delle persone con specifiche necessità, ha cambiato il modo di guardare alla fragilità in emergenza.
Ma la norma, da sola, non basta.
La differenza la fanno i Comuni, le scelte quotidiane, la capacità di passare dalla carta alla realtà.
Chi sono davvero le “persone con specifiche necessità”?
Quando parliamo di persone con disabilità, rischiamo di pensare solo alla carrozzina o alla persona con un handicap evidente.
In realtà, il decreto allarga lo sguardo e ci chiede di considerare tutte le situazioni in cui le misure standard di protezione civile non bastano:
- disabilità motoria;
- disabilità visiva o uditiva;
- disabilità intellettiva o psichica;
- patologie croniche con effetti invalidanti;
- persone che dipendono da ausili tecnologici o apparecchi salvavita;
- condizioni che richiedono supporto assistenziale o sanitario continuo;
- anziani fragili, spesso soli.
Non è un’etichetta in più: è un cambio di prospettiva.
Non guardiamo più solo alla “categoria amministrativa”, ma al bisogno concreto, in quella situazione, in quel territorio.
Il piano comunale è inclusivo… o solo “bello da vedere”?
Il decreto indica alcuni obiettivi molto chiari per Regioni e Comuni. Tra questi:
- rendere accessibili le informazioni di protezione civile;
- prevedere misure realmente applicabili anche per chi ha specifiche necessità;
- garantire soluzioni alloggiative adeguate in caso di evacuazione;
- assicurare la continuità delle terapie, dei farmaci, dei percorsi riabilitativi.
Detta così, sembra tutto lineare.
Ma la domanda scomoda è: nel tuo Comune, queste cose ci sono davvero?
Per essere concreti, un piano inclusivo dovrebbe prevedere, ad esempio:
- una mappatura ragionata e aggiornata (nel rispetto della privacy) delle persone con specifiche necessità: non un elenco rigido, ma uno strumento di lavoro;
- procedure chiare per l’evacuazione assistita: chi va a prendere chi? con quali mezzi? con quali competenze?
- accordi con sanità, servizi sociali e Terzo settore per garantire farmaci, terapie, ausili anche nei centri di accoglienza;
- un sistema di allerta e comunicazione che tenga conto di chi non vede, non sente, non legge velocemente o ha difficoltà cognitive.
Se queste domande non hanno risposta, il problema non è la mancanza di norme.
Il problema è che il piano resta un documento “bello da esibire” ma poco utile quando serve.
La comunicazione in emergenza non può escludere nessuno
Un altro punto centrale è la comunicazione.
Se l’unico canale è il post su Facebook o il sito del Comune, abbiamo già tagliato fuori una parte delle persone.
Comunicare in modo inclusivo significa:
- usare linguaggio semplice, frasi brevi, informazioni essenziali;
- affiancare al testo immagini chiare, simboli, infografiche;
- prevedere video con LIS e sottotitoli per avvisi importanti;
- usare più canali: social, sito, volantini, radio locali, bacheche fisiche, contatti diretti tramite associazioni e volontari.
Non è “un di più”: è la condizione minima perché l’allerta arrivi davvero a tutti.
Il ruolo dei volontari: da “angeli del fango” a presidio delle fragilità
Il decreto richiama esplicitamente il volontariato di protezione civile e le associazioni che si occupano di disabilità come parte integrante del sistema.
Questo vuol dire che i volontari non dovrebbero essere chiamati solo quando il fango è già in strada, ma coinvolti:
- prima, nella conoscenza del territorio e delle fragilità;
- durante, nell’evacuazione assistita, nell’accoglienza, nel supporto a chi è in difficoltà;
- dopo, nel mantenere la relazione con le persone più fragili, spiegando cosa è successo, cosa si è imparato e cosa si farà meglio la prossima volta.
Un volontariato formato, consapevole e coordinato può essere l’anello di congiunzione tra piani scritti e bisogni reali.
Dalla norma alla vita delle persone: una scelta politica e culturale
Oggi, nella Giornata internazionale delle persone con disabilità, il messaggio più onesto che possiamo dare è semplice:
- il quadro normativo esiste;
- gli strumenti tecnici e tecnologici ci sono;
- il vero discrimine è se li usiamo davvero.
Servono sindaci che prendano sul serio la pianificazione inclusiva, uffici che lavorino insieme a sanità, servizi sociali, associazioni e volontari, comunità locali disposte a mettersi in gioco.
In fondo, la qualità di un sistema di protezione civile non si misura solo sulla velocità dei soccorsi, ma su un criterio molto più semplice e umano:
nel momento peggiore, chi è più fragile viene visto, raggiunto e aiutato – oppure no?
Se la risposta è sì, allora la Giornata internazionale non è solo un post sui social.
È una promessa mantenuta.

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