Ogni estate parliamo di siccità.
Ogni autunno parliamo di allagamenti.
Ogni volta sembriamo sorpresi.

Eppure la domanda dovrebbe essere sempre la stessa: dov’è la prevenzione?

In questi giorni si parla molto di caldo, ondate di calore, siccità, neve che non c’è stata. Il dibattito, come spesso accade, si divide subito tra chi minimizza e chi trasforma ogni fenomeno in un annuncio di catastrofe.

In mezzo resta la domanda più concreta, quella che dovremmo farci sempre: cosa stiamo facendo, davvero, per gestire l’acqua che abbiamo?

Perché il tema non è solo quando l’acqua manca.
Il tema è cosa facciamo dell’acqua quando c’è.

“Ondata di calore” è una terminologia tecnica, non un linguaggio sensazionalista. La usa anche il Dipartimento della Protezione Civile per indicare condizioni meteorologiche estreme, con temperature molto elevate per più giorni consecutivi, spesso associate a umidità, sole intenso e assenza di ventilazione, con possibili effetti sulla salute delle persone.

Non serve abolire le parole. Non serve nemmeno drammatizzarle. Serve usarle per quello che sono: dati da leggere, rischi da gestire, situazioni da affrontare con strumenti concreti.

Le misure di prevenzione individuale sono corrette. Non bastano.

Evitare le ore più calde, proteggere anziani e fragili, idratarsi, non lasciare bambini o animali in auto, usare con buon senso ventilazione e climatizzazione: tutto giusto.

Sono indicazioni utili, diffuse ogni estate, e vanno seguite.

Ma sono comportamenti individuali. La domanda che politica e amministrazione devono porsi è un’altra: cosa stanno facendo le città, le reti idriche, l’agricoltura, l’urbanistica, la pianificazione territoriale?

Perché il caldo si affronta anche dentro casa, certo. Ma si affronta soprattutto fuori: negli spazi urbani, nelle reti, nei servizi, nelle scelte infrastrutturali, nel modo in cui tratteniamo, distribuiamo e usiamo l’acqua.

Non è solo questione di neve.

Quest’anno si parla molto di scarso innevamento. È un fattore reale: la neve rappresenta una riserva naturale che alimenta fiumi e falde nei mesi primaverili ed estivi.

Ma ridurre tutto alla mancanza di neve è una diagnosi parziale. Ed è anche comoda, perché sposta la responsabilità sul meteo invece che sulla gestione.

La neve conta. Le precipitazioni contano. Ma contano anche le reti che perdono, i territori che non trattengono, i suoli impermeabilizzati, l’assenza di accumuli, la mancata ricarica delle falde, il riuso ancora troppo limitato delle acque reflue depurate, la gestione irrigua non sempre efficiente.

Il punto non è solo quanta acqua arriva.
Il punto è cosa facciamo dell’acqua quando c’è.

Il dato che cambia la prospettiva: il 42,4%.

Nel 2022 le reti idriche italiane hanno disperso il 42,4% dell’acqua immessa in distribuzione: un dato Istat in leggero peggioramento rispetto al 42,2% del 2020.

Significa che l’acqua persa nelle reti comunali basterebbe a soddisfare i bisogni di 43,4 milioni di persone per un anno intero, pari a circa il 75% della popolazione italiana. Ogni giorno si perdono 157 litri per abitante.

Non è un dettaglio tecnico. È una questione nazionale.

Non è nemmeno il problema di una sola area arretrata del Paese. Tra i capoluoghi, più di uno su tre supera il 45% di perdite. Le situazioni più critiche toccano percentuali superiori al 65%. Anche le città meglio gestite, come Como o Milano, si fermano comunque su valori a doppia cifra. Il problema è strutturale, distribuito, e riguarda l’intero territorio nazionale.

A questo si aggiunge un altro dato che dovrebbe far riflettere: nel 2024 l’Italia ha prelevato 8,87 miliardi di metri cubi di acqua per uso potabile, il 3% in meno rispetto al 2022 e il livello più basso degli ultimi 25 anni. Eppure il nostro Paese resta da oltre vent’anni il primo in Unione europea per prelievo di acqua dolce a fini potabili, superando nettamente Francia e Germania, che si attestano su volumi inferiori nonostante popolazioni superiori alla nostra.

Stiamo prelevando meno e continuiamo comunque a essere i primi in Europa. Non abbiamo solo un problema di quantità disponibile. Abbiamo un problema di gestione, distribuzione e spreco.

Attenzione alla parola “bacini”.

Qui serve precisione, perché è uno dei punti in cui il dibattito pubblico fa più confusione.

I bacini di laminazione servono a ridurre il rischio idraulico: trattengono temporaneamente l’acqua durante le piene, riducono i picchi di portata e aiutano a proteggere i territori urbanizzati dagli allagamenti.

Non sono automaticamente riserve idriche per la siccità.

Confondere i bacini di laminazione con gli invasi di accumulo è un errore tecnico che indebolisce il ragionamento. Per affrontare la siccità servono strumenti diversi e integrati: invasi dove tecnicamente sostenibili, piccoli accumuli aziendali e consortili, ricarica delle falde, riuso delle acque reflue depurate, riduzione delle perdite di rete, gestione irrigua efficiente.

Non esiste una sola opera salvifica. Esiste una strategia.

Il paradosso che nessuno racconta.

Siccità d’estate, allagamenti d’autunno: li trattiamo come emergenze diverse, ma spesso sono due facce della stessa incapacità di governare acqua e territorio.

Un territorio arido, impermeabilizzato, cementificato o mal gestito perde capacità di trattenere e assorbire acqua. Quando arrivano precipitazioni intense, quello stesso suolo che durante la siccità non riusciva a conservare acqua, durante l’alluvione non riesce ad assorbirla.

Così passiamo da una crisi all’altra senza costruire una risposta stabile: d’estate rincorriamo la carenza idrica, d’autunno rincorriamo il rischio idraulico.

Ma la prevenzione non può essere stagionale.
O è una strategia continua, oppure resta solo una parola buona per i convegni.

Cosa significa davvero prevenzione, qui.

Prevenzione non è uno slogan. Non è un sentimento. Non è una posizione da social.

Prevenzione significa decidere prima cosa fare, dove farlo, con quali responsabilità e con quali risorse.

Significa intervenire sulle reti per ridurre le perdite.
Significa realizzare invasi dove tecnicamente sostenibili.
Significa favorire piccoli accumuli e sistemi di trattenuta diffusa.
Significa ricaricare le falde dove possibile.
Significa riutilizzare le acque reflue depurate.
Significa manutenere corsi d’acqua e canali.
Significa pianificare il territorio senza scaricare il problema sulla prossima emergenza.

Gli antichi Romani lo avevano già capito. La gestione dell’acqua non era per loro un problema naturale da subire, ma una questione di civiltà, organizzazione e governo del territorio.

Oggi abbiamo tecnologie, dati, competenze e strumenti normativi che loro non avevano.

Quello che spesso manca è la volontà di uscire dalla logica dell’emergenza.

L’acqua non si rimpiange quando manca.

Si governa quando c’è.

Fonti essenziali

Dipartimento della Protezione Civile, In caso di ondate di calore.

Istat, Le statistiche sull’acqua – Anni 2023-2025.

Istat, Le statistiche sull’acqua (Report, marzo 2024).

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