Dall’intervista pubblicata da 112 Emergencies emerge una direzione condivisibile: spostare il baricentro del sistema dalla gestione dell’emergenza alla prevenzione. La riforma del Codice può essere l’occasione per trasformare questo principio in obblighi, standard, risorse e controlli concreti.

L’intervista al Ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci, pubblicata nel numero di giugno di 112 Emergencies, ha il merito di porre al centro alcuni nodi decisivi per il futuro del sistema: prevenzione, formazione, comunicazione, rapporti tra Stato e Regioni e semplificazione delle procedure emergenziali.

Il titolo scelto dalla rivista — “Protezione civile, la riforma passa dalla prevenzione” — coglie bene il punto.

La direzione indicata dal Ministro è chiara e condivisibile: non limitarsi a intervenire quando l’emergenza è già in corso, ma rafforzare tutto ciò che deve avvenire prima.

È qui che la riforma del Codice della protezione civile assume un valore centrale.

La riforma del Codice come occasione concreta

Musumeci richiama quattro assi principali: prevenzione, formazione, comunicazione e semplificazione delle procedure emergenziali.

Sono temi essenziali.

Ma il vero salto di qualità non può consistere soltanto nel rendere più rapide le procedure durante o dopo un evento.

La riforma dovrebbe chiarire anche ciò che ogni livello istituzionale deve garantire prima dell’emergenza:

  • standard minimi omogenei in tutte le Regioni;
  • responsabilità definite;
  • controlli sull’attuazione della pianificazione;
  • formazione uniforme del volontariato;
  • risorse stabili per prevenzione e manutenzione;
  • intervento dello Stato nei casi di grave inadempienza.

Il Ministro difende il modello policentrico, ma riconosce che può funzionare soltanto se esiste una regia chiara e se tutti sanno, prima dell’emergenza, chi deve fare cosa.

È un passaggio importante.

La sicurezza dei cittadini non può dipendere dalla maggiore o minore capacità organizzativa di una Regione o di un Comune.

Per questo la riforma del Codice dovrebbe tradurre gli “standard omogenei” richiamati dal Ministro in obblighi effettivi, risorse adeguate e verifiche periodiche.

Prevenzione: non solo opere

Tra gli interventi concreti richiamati nell’intervista ci sono i 200 milioni di euro destinati alla prevenzione antisismica nelle aree interne.

È una scelta positiva: significa intervenire prima del danno, adeguando edifici pubblici, ponti, viadotti e altre infrastrutture strategiche.

Ma la prevenzione non può esaurirsi nel finanziamento di nuove opere.

Alla domanda su come rendere stabile una programmazione pluriennale della manutenzione ordinaria del territorio, il Ministro richiama il Piano nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico e i provvedimenti in preparazione.

Sono passaggi importanti, ma non risolvono ancora il nodo principale.

Un piano finanzia opere. La manutenzione richiede risorse annuali, responsabilità definite e controlli continui.

Chi verifica nel tempo lo stato di argini, scarpate, ponti, fossi e canali minori?

Chi controlla che gli interventi vengano realmente eseguiti?

Chi interviene quando il soggetto competente non adempie?

Finché queste domande non avranno una risposta stabile, la prevenzione continuerà a dipendere da fondi straordinari e interventi attivati quando la criticità è già evidente.

La riforma del Codice potrebbe essere proprio lo strumento per fare chiarezza.

Formazione dei volontari: una condizione di sicurezza

Molto significativo è anche il passaggio dedicato al volontariato.

Musumeci afferma:

«Un volontario ben formato è una risorsa indispensabile, mentre un volontario non adeguatamente preparato può diventare un problema per sé stesso e per gli altri».

È una frase che condivido pienamente.

La formazione non è un attestato da archiviare. È una condizione di sicurezza.

Un volontario deve essere formato, addestrato, dotato dei corretti dispositivi di protezione e impiegato in attività coerenti con le competenze realmente acquisite.

La riforma dovrebbe quindi garantire percorsi formativi omogenei, sorveglianza sanitaria accessibile e costi che non ricadano interamente sulle associazioni o sui singoli volontari.

Anche su questo punto serve un indirizzo nazionale chiaro.

Ridurre l’emergenza significa rafforzare l’ordinario

Il Ministro propone inoltre di ridurre da due anni a un anno la durata massima dello stato di emergenza.

È un’impostazione condivisibile.

L’emergenza non può diventare una modalità ordinaria di amministrazione.

Ma ridurne la durata ha senso soltanto se, contemporaneamente, si rafforzano la capacità amministrativa degli enti, la pianificazione, il personale, la manutenzione e i controlli.

Non basta chiudere prima una fase emergenziale se i territori restano privi di strumenti e risorse.

Non basta chiedere ai Comuni di pianificare se poi non vengono messi nelle condizioni di aggiornare i piani, verificarli e renderli realmente operativi.

Dove occorre spingere

L’intervista di 112 Emergencies indica una direzione corretta e apre uno spazio importante di confronto.

Ora occorre utilizzare la riforma del Codice per trasformare la prevenzione da principio generale a funzione ordinaria, finanziata e verificabile.

Il passaggio successivo dovrebbe essere concreto: un quadro nazionale minimo che preveda programmi annuali, responsabilità chiaramente individuate, rendicontazione pubblica e controlli sull’attuazione.

Non servono soltanto procedure più snelle nell’emergenza.

Servono obblighi più chiari nella prevenzione.

La prevenzione non può vivere soltanto di fondi straordinari, nuovi piani e norme in preparazione. Deve diventare amministrazione quotidiana. Perché l’emergenza si gestisce quando accade; la prevenzione si governa ogni giorno.

Riflessione a partire dall’intervista al Ministro Nello Musumeci pubblicata nel numero di giugno 2026 di 112 Emergencies.

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