Il 24 luglio 1930 il territorio del Montello fu sconvolto da un evento meteorologico di violenza eccezionale, passato alla storia come la Tromba del Montello.
La sera precedente, il 23 luglio, una violenta grandinata aveva già colpito diverse zone del Veneto. Il giorno successivo, nel primo pomeriggio, un tornado attraversò parte della pianura veneta e investì duramente l’area compresa tra Volpago, Selva del Montello, Venegazzù e Nervesa della Battaglia.
Le testimonianze raccontano un cambiamento rapidissimo. Il cielo si fece scuro e il rumore del vento crebbe in pochi istanti. Travi, masserizie e parti delle abitazioni cominciarono a volteggiare nell’aria. Alberi di grandi dimensioni furono sradicati, pali telefonici e telegrafici divelti, case coloniche e stalle distrutte.
C’era chi vide crollare la propria casa. Chi ebbe soltanto pochi istanti per cercare riparo. Chi perse familiari, animali e tutto ciò che possedeva.
Il bilancio più accreditato indica 23 vittime e circa 110 feriti. L’European Severe Storms Laboratory ha classificato l’evento di Selva del Montello come IF5, il livello massimo della International Fujita Scale, sulla base della gravità dei danni documentati.
Non furono misurati direttamente venti di 500 chilometri orari. Quel valore, ripetuto spesso come un dato certo, deriva dalle fasce teoriche associate alle categorie più elevate delle scale di classificazione.
La violenza dell’evento è fuori discussione. Non ha bisogno di numeri trasformati in spettacolo per essere ricordata.
Un fenomeno estremo, un territorio particolare
Il Nord-Est si trova in una posizione geografica complessa. L’incontro tra masse d’aria differenti, la pianura, l’Adriatico e le Prealpi può contribuire a creare condizioni favorevoli allo sviluppo di temporali molto intensi.
Anche l’orografia ha un ruolo. I rilievi possono modificare la direzione e la velocità dei flussi, favorire il sollevamento dell’aria e influenzare l’organizzazione locale dei temporali.
Non generano però, da soli, un tornado. Servono forte instabilità, umidità, intense correnti ascendenti e variazioni della direzione e della velocità del vento alle diverse quote.
Conoscere la morfologia e la storia meteorologica di un territorio significa comprendere dove determinati fenomeni possono trovare condizioni più favorevoli.
Non significa trasformare ogni previsione in una certezza, né ogni temporale in una catastrofe annunciata.
Nel 1930 mancava l’informazione. Oggi rischiamo l’eccesso opposto
Nel 1930 non esistevano radar, modelli previsionali o sistemi di allertamento. Le persone videro arrivare il tornado senza sapere cosa stesse accadendo e senza ricevere indicazioni su come proteggersi.
Oggi disponiamo di tecnologie e strumenti enormemente superiori.
Ma siamo passati troppo spesso dall’assenza di informazione a un’informazione esasperata. Ogni temporale rischia di diventare “estremo”. Ogni grandinata viene raccontata come mai vista prima.
Chi conosce il territorio ha una responsabilità in più: comunicare in modo oggettivo e proporzionato, senza utilizzare l’orografia e la vulnerabilità locale per alimentare un allarme permanente.
La paura non è prevenzione.
La rassicurazione superficiale è altrettanto pericolosa.
Tra i due estremi esiste l’informazione corretta.
La memoria deve diventare conoscenza
Il tornado del Montello ricorda che i fenomeni meteorologici violenti esistevano anche quasi cento anni fa.
Questo non significa negare i cambiamenti climatici, né sostenere che nulla sia cambiato.
Significa ricordare che ogni evento nasce dall’incontro tra condizioni atmosferiche e caratteristiche del territorio. E che un fenomeno naturale diventa disastro quando incontra edifici vulnerabili, infrastrutture fragili e comunità impreparate.
Oggi abbiamo gli strumenti per conoscere meglio i nostri territori: studiare gli eventi del passato, individuare le zone più esposte, intervenire sulla vulnerabilità degli edifici e insegnare comportamenti di autoprotezione.
Non possiamo impedire a un tornado di formarsi.
Possiamo però evitare che la popolazione resti senza indicazioni o venga sommersa da messaggi confusi, esasperati e contraddittori.
Il 24 luglio 1930 chi fu colpito dalla Tromba del Montello poté soltanto cercare riparo e, dopo la devastazione, ricominciare.
Noi oggi abbiamo conoscenze e strumenti che allora non esistevano. Per questo abbiamo una responsabilità maggiore.
La memoria di un disastro non deve alimentare la paura. Deve diventare conoscenza del territorio, comunicazione responsabile e prevenzione.

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