Quando si parla di autonomia differenziata, il dibattito finisce quasi sempre nello stesso scontro: più Stato o più Regioni.

In protezione civile, però, questa contrapposizione non racconta come funziona davvero il sistema.

Il Servizio Nazionale è già un sistema distribuito, nel quale Stato, Regioni, Prefetture, Comuni, strutture operative, comunità scientifica e volontariato esercitano funzioni diverse e complementari.

La vera domanda, quindi, non è se scegliere tra centralismo e autonomia. È capire se attribuire alcune funzioni più vicino al territorio possa migliorare la capacità di prevenzione e risposta, senza indebolire il coordinamento nazionale.

Che cosa sta accadendo

Nel 2026 il Governo ha trasmesso al Parlamento alcuni schemi preliminari di intesa con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto.

I testi comprendono anche specifiche funzioni in materia di protezione civile.

Non si tratta ancora di una riforma entrata in vigore. Gli schemi dovranno essere integrati, negoziati con ciascuna Regione e successivamente recepiti con una legge approvata dalle Camere a maggioranza assoluta.

Non è quindi corretto sostenere che «la protezione civile» sia già stata trasferita alle Regioni. Ma non è neppure corretto affermare che non si sappia quali funzioni siano in discussione.

Le funzioni previste

Le funzioni in discussione sono cinque.

La prima è la possibilità, per il Presidente della Regione, di adottare ordinanze nelle emergenze di rilievo regionale, anche in deroga ad alcune norme statali e nel rispetto di procedure e controlli definiti.

La seconda riguarda le emergenze nazionali che interessano il territorio di una sola Regione. In questi casi il Presidente regionale potrebbe essere individuato come commissario delegato oppure indicare un altro soggetto, d’intesa con il Capo del Dipartimento della Protezione Civile.

La terza riguarda il personale. Le Regioni potrebbero utilizzare procedure urgenti per assumere personale a tempo determinato nelle proprie strutture e valorizzare la specificità professionale di chi opera nella protezione civile.

La quarta riguarda la formazione degli operatori, con un ruolo regionale più definito nel riconoscimento dei percorsi formativi, degli enti, dei docenti e dei crediti, nel rispetto di indirizzi nazionali comuni.

La quinta interessa i veicoli e i conducenti della protezione civile regionale, ai quali verrebbero applicate regole specifiche in materia di immatricolazione, documenti di circolazione e abilitazioni alla guida.

Che cosa non cambia

Gli schemi non cancellano il Servizio Nazionale della Protezione Civile.

Il soccorso pubblico, l’ordine pubblico e la sicurezza restano competenze statali. Non viene meno il coordinamento nazionale nelle grandi emergenze e le Regioni non diventano sistemi separati e indipendenti.

Anche le ordinanze regionali in deroga alle norme statali resterebbero sottoposte a procedure e controlli. Una direttiva nazionale dovrebbe inoltre definire criteri comuni.

Maggiore autonomia richiede regole, controlli e responsabilità ancora più chiari.

Le opportunità

Una maggiore autonomia può offrire vantaggi concreti.

Le Regioni conoscono i rischi del proprio territorio, le caratteristiche organizzative, le carenze di personale e le esigenze operative locali.

Decisioni assunte più vicino al luogo dell’evento potrebbero ridurre alcuni passaggi burocratici, accelerare gli interventi e adattare meglio la formazione agli scenari realmente presenti.

Anche il riconoscimento della specificità del personale di protezione civile è un tema reale. Chi opera nelle sale operative e durante le emergenze svolge attività caratterizzate da reperibilità, flessibilità, responsabilità e carichi di lavoro che non sempre trovano una disciplina adeguata negli strumenti ordinari.

Trasferire una funzione senza personale, risorse e capacità amministrativa significa trasferire soprattutto responsabilità.

La vicinanza al territorio è un valore soltanto quando produce decisioni migliori, non quando moltiplica procedure e centri di responsabilità.

I rischi

Il primo rischio è l’aumento delle differenze tra territori.

Le Regioni non dispongono tutte delle stesse risorse economiche, della stessa organizzazione e della stessa capacità operativa. Senza standard comuni, una maggiore autonomia potrebbe rafforzare i sistemi già strutturati e lasciare indietro quelli più fragili.

Il secondo rischio riguarda l’interoperabilità.

Durante un’emergenza nazionale, operatori e strutture provenienti da territori diversi devono utilizzare linguaggi, qualifiche, procedure e sistemi informativi compatibili. La formazione può essere adattata agli scenari regionali, ma deve rimanere riconoscibile all’interno dell’intero sistema nazionale.

Il terzo rischio è la sovrapposizione delle responsabilità.

Se Regione, Prefetto, Dipartimento e Comuni non sanno con precisione chi decide, chi autorizza e chi risponde, l’autonomia può produrre ritardi anziché maggiore rapidità.

Infine, rimane il tema delle risorse. Non basta attribuire nuovi poteri. Occorre verificare se esistano concretamente le risorse necessarie per il personale, la formazione, i mezzi e la gestione delle emergenze.

La domanda corretta

L’autonomia differenziata non deve essere giudicata attraverso appartenenze ideologiche o slogan.

Per ogni funzione la domanda è la stessa: chi la esercita oggi, che cosa migliorerebbe trasferendola, quali risorse e controlli la accompagnerebbero e come resterebbe garantita la capacità di lavorare insieme nelle emergenze più complesse.

La Costituzione tiene insieme l’unità della Repubblica e la valorizzazione delle autonomie. Non impone di scegliere tra lo Stato e i territori, ma di collocare ogni funzione al livello più adeguato, mantenendo garanzie comuni per tutti i cittadini.

La protezione civile può essere più vicina ai territori senza perdere unità. Può valorizzare le specificità regionali senza costruire venti sistemi incapaci di dialogare.

L’autonomia si misura dalla capacità di esercitare meglio le funzioni, a prescindere da quante vengano trasferite. Servono responsabilità chiare, standard comuni, risorse adeguate e istituzioni capaci di collaborare prima, durante e dopo l’emergenza.

Chiara Garbin
www.chiaragarbin.it

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