Viviamo in un tempo in cui si moltiplicano convegni, tavole rotonde, piani strategici sul cambiamento climatico.
Siamo sommersi da dati, proiezioni, scenari.

Eppure, mentre ci concentriamo sulla CO2, sulla temperatura globale e sugli accordi internazionali, ci sfugge ciò che abbiamo sotto i piedi: la Terra.

La Terra che frana perché non è stata curata.
La Terra che si allaga perché i fossi non sono stati puliti.
La Terra che si secca perché nessuno ha più memoria del valore dell’acqua, dell’irrigazione intelligente, del lavoro agricolo.
Ci indigniamo davanti ai disastri, ma non ci indigniamo per l’incuria quotidiana.

Parliamo di crisi climatica, ma troppo spesso usiamo la scienza come megafono dell’allarmismo, non come uno strumento per fare ordine, analizzare, scegliere, agire con metodo.

Io credo nella scienza, ma in quella vera. Quella che dubita, si interroga, valuta soluzioni.
Credo nei cittadini che fanno domande, non nei tecnici che dispensano verità assolute senza confronto.
Credo nei sindaci che conoscono i propri fossi, non in chi lancia proclami e poi si gira dall’altra parte quando il territorio chiama.

Le immagini che ho scelto — e che accompagnano questo articolo — non sono slogan.
Sono una denuncia, ma anche una direzione.
Non basta parlare di clima. Bisogna riportare lo sguardo a terra, alle mani, agli strumenti, alle buone pratiche.

Chi vuole davvero un cambiamento, deve iniziare da qui: dalla manutenzione, dalla responsabilità, dall’ascolto dei territori.
Tutto il resto è fumo. Io invece scelgo la sostanza.

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2 Responses

    • Grazie Lorenzo,
      le parole sono sante quando diventano azioni.
      Serve tornare con i piedi per terra, letteralmente. Perché mentre discutiamo di clima, la Terra continua a franare, seccarsi e allagarsi… e non aspetta i convegni.

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