Per anni l’Europa ha puntato tutto sul Green Deal. Un piano ambizioso, perfino visionario, che ha messo al centro la neutralità climatica come obiettivo irrinunciabile.
Abbiamo spinto interi settori produttivi verso la transizione ecologica, convinti che ridurre la CO₂ fosse la chiave per affrontare ogni emergenza climatica.
Eppure, oggi, qualcosa è cambiato.

Il Green Deal non è scomparso, ma è evidente che sta vivendo una fase di ripensamento. Alcune proposte sono state rallentate, altre ridimensionate, altre ancora oggetto di forti contestazioni da parte del mondo produttivo e agricolo. Non è un’opinione: è un dato politico.

E no, non si tratta di negare il cambiamento climatico né di minimizzarne la portata.
Il clima sta cambiando, è vero. Ma sta cambiando anche il mondo reale, quello fatto di persone che lavorano, amministratori locali, imprese, cittadini. E quel mondo chiede risposte diverse: più concrete, più territoriali, più comprensibili.

Forse abbiamo commesso un errore di prospettiva.
Abbiamo ridotto un tema complesso a una battaglia ideologica contro la CO₂, dimenticando che il cambiamento climatico è solo una delle variabili in gioco.
Fragilità idrogeologica, incuria del territorio, urbanizzazione sregolata, carenze nella pianificazione e nella manutenzione: sono questi gli elementi che ci stanno mettendo in ginocchio.
Eppure, nel racconto dominante, questi fattori sono rimasti sullo sfondo.

Ora, con l’avvicinarsi di una nuova stagione politica europea, con un’opinione pubblica più attenta ai costi e meno disposta a credere alle soluzioni miracolose, qualcosa si sta muovendo.

Forse nei prossimi mesi sentiremo parlare meno di CO₂ e più di economia reale, lavoro, sicurezza territoriale.
E non sarà un arretramento, ma una maturazione: la fine della propaganda e l’inizio di una fase più pragmatica.
Perché la sostenibilità non è solo ambientale: è anche sociale ed economica. E senza equilibrio, la transizione rischia di diventare esclusione.

Io non voglio restare spettatrice.
Voglio dire con chiarezza che serve un approccio nuovo: non contrapposto all’innovazione, ma affiancato alla prevenzione, alla manutenzione, alla formazione.
Un approccio che non prometta miracoli, ma che lavori sulla realtà.

Se vogliamo davvero affrontare il cambiamento, dobbiamo partire dal basso, dal concreto, dal territorio.
E forse questa sarà la vera svolta che ci aspetta: meno slogan, più responsabilità. Meno ideologia, più competenza.

Io ci credo. Anche se sarà scomodo. Anche se sarà controcorrente.

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