Quando si parla di protezione civile, si sente spesso dire: “serve un tecnico”.
Ma qui nasce una domanda molto semplice e, secondo me, necessaria: che cosa intendiamo davvero per “tecnico”?

È tecnico solo chi ha un diploma o una laurea in una disciplina tecnica?
Oppure è “tecnica” anche la capacità di far funzionare un sistema complesso, di organizzare persone e processi, di tenere insieme competenze diverse e trasformarle in scelte operative?

Perché la protezione civile non è una materia sola. È un sistema.

E allora il punto non è decidere se la responsabilità debba stare in mano a “un tecnico” o “un giurista”.
Il punto è un altro, molto più concreto: quali obiettivi deve raggiungere la protezione civile di un ente e che profilo serve per raggiungerli davvero.

Prima domanda: quali sono gli obiettivi reali della protezione civile?

Se l’obiettivo è “gestire l’emergenza quando arriva”, allora basta qualcuno che sappia attivare procedure e chiamare chi deve intervenire.

Ma se l’obiettivo è quello che la normativa e il buon senso chiedono oggi — cioè ridurre il rischio, preparare l’organizzazione, proteggere le persone, costruire una risposta ordinata — allora servono competenze diverse, integrate.

Perché gli obiettivi veri, quelli che fanno la differenza, sono questi:

  • pianificare prima, non rincorrere dopo
  • coordinare enti, strutture, volontariato e cittadini
  • garantire una catena decisionale chiara
  • trasformare i dati e gli scenari in decisioni operative
  • rendere la prevenzione una normalità, non un’eccezione

Seconda domanda: che caratteristiche deve avere la persona “ideale”?

Se la protezione civile è un sistema, la figura che la guida non può essere definita solo dal titolo di studio. Deve essere definita dalla capacità di portare risultati.

La persona “ideale” (o meglio: la figura responsabile che funziona) dovrebbe avere almeno queste caratteristiche:

  • Visione d’insieme
    Saper leggere il territorio, i rischi e la macchina organizzativa, senza ridurre tutto a un solo settore.
  • Capacità organizzativa
    Perché un Piano non serve a nulla se non diventa operatività, ruoli, procedure, esercitazioni, aggiornamento.
  • Conoscenza delle responsabilità
    Amministrative, decisionali, di sicurezza, di catena di comando. La protezione civile è anche responsabilità, non solo tecnica.
  • Competenza nel coordinamento
    Perché la protezione civile vive di interazioni: Comune, Regione, strutture tecniche, volontariato, gestori di reti, cittadini.
  • Metodo e gestione del cambiamento
    Fare protezione civile oggi significa anche migliorare processi, costruire cultura, far funzionare la prevenzione nel quotidiano.

In altre parole: serve una figura che sappia tenere insieme competenze diverse e trasformarle in un sistema funzionante.

Terza domanda: chi deve fare il Piano? E chi decide che “quel ruolo” debba stare lì?

Un altro nodo spesso sottovalutato è questo: non esiste un automatismo “naturale” per cui il Piano lo fa sempre una certa figura e la responsabilità ricade sempre in un certo ufficio.

In molti enti la protezione civile finisce “dove capita”: lavori pubblici, ambiente, segreteria, polizia locale, area tecnica.
A volte per logica. A volte per abitudine. A volte perché manca una scelta chiara.

Ma un Piano e un sistema di protezione civile non sono un adempimento: sono una macchina operativa che deve funzionare quando serve.

E allora la domanda giusta non è “chi è il tecnico?”, ma:

  • chi può garantire che quel Piano sia aggiornato e praticabile?
  • chi può far vivere la prevenzione durante l’anno?
  • chi può tenere insieme le parti e farle lavorare nella stessa direzione?

La vera risposta è una: non servono etichette, serve una squadra guidata bene

La protezione civile non può dipendere da una sola persona “onnisciente”.
Serve un responsabile capace e una rete di competenze: tecniche, amministrative, giuridiche, operative.

Ecco perché la domanda finale, quella che conta davvero, è questa:

Quali risultati vogliamo ottenere con la protezione civile dell’ente?
Perché è lì che si misura il profilo più adatto. Non dal titolo. Non dalla categoria. Ma dalla capacità di costruire un sistema che regge.

#

3 Responses

  1. Complessivamente sono 5.500 i Piccoli Comuni, il 69% dei comuni italiani, nei quali si contano 10.068.213 residenti, il 17% della popolazione nazionale. Le regioni con il più alto numero di piccoli Comuni sono Piemonte (1.046) e Lombardia (1.043). La maggior parte dei piccoli Comuni ha una popolazione compresa 1.001 e 3.000 abitanti (il 45,8%), mentre i Comuni con popolazione sotto i 1.000 abitanti sono il 33,6% del totale. In molte regioni, oltre il 70% della superficie territoriale ricade sotto il controllo dei Piccoli Comuni.
    Questi Sindaci, ammesso che abbiano le competenze, non hanno le risorse umane, logistiche e finanziarie per poter o voler svolgere i compiti di Protezione Civile.
    Considerando questi dati resto sempre più fermo nella mia idea di Protezione Civile 2.0:
    Struttura Regionale con Uffici Operativi a livello provinciale con personale tecnico che si avvale delle strutture esistenti sul territorio VVF, CC Forestali, CNSAS, AIB e Volontari unificati in una sola organizzazione, a livello almeno provinciale.

    • I dati che riporti sono reali e fotografano bene il problema: la fragilità strutturale dei piccoli Comuni è un fatto, non un’opinione. Ed è vero che molti Sindaci, anche volenterosi, non hanno risorse umane, tecniche e finanziarie adeguate.
      Il punto però, a mio avviso, è delicato: la soluzione non può essere solo “togliere” la protezione civile ai Comuni per spostarla più in alto. Il rischio è creare strutture provinciali forti sulla carta ma lontane dal territorio.
      La vera sfida è costruire livelli intermedi operativi che supportino i Comuni senza svuotarli di responsabilità: uffici tecnici stabili, competenze condivise, pianificazione sovracomunale, ma con il territorio dentro, non ai margini.
      Se no si perde proprio ciò che nei piccoli Comuni è un valore: la conoscenza diretta delle fragilità.
      Protezione Civile 2.0 sì, ma come sistema integrato, non come semplice accentramento. Ruoli chiari, supporto strutturato e responsabilità che restano leggibili. Solo così può funzionare davvero.

  2. Il problema dei piccoli comuni si deve risolvere con le aggregazioni dei piccoli comuni limitrofi. E qui si entra nei problemi politici che si vanno a creare tra le varie amministrazioni (anche degli stessi schieramenti). Gli stessi problemi che impediscono di avere corpi di Polizia Locale anziché “servizi” composti da pochi (anche 1 o nessuno) operatori sempre sudditi del Sindaco di turno. Si spera che questo scoglio venga superato per un servizio come la Protezione Civile che ha compiti ben diversi e super partes.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

errore: Content is protected !!