Nel 2023 è uscito un libro che merita di essere letto, o almeno conosciuto: Pandemie & Infodemie. Un manuale per il futuro, a cura di Mirella Orsi e Roberto Paura (Editoriale Romani). Non è un libro di protezione civile. Non parla di comuni, di piani di emergenza o di ordinanze sindacali. Eppure ci riguarda da vicino.

Il tema centrale è l’infodemia: quell’eccesso di informazioni contraddittorie, veloci e spesso inaffidabili che ha accompagnato — e in certi casi aggravato — la gestione della crisi Covid-19. Ma il libro fa una cosa più interessante: usa la pandemia come caso studio per capire cosa non ha funzionato nel sistema, e cosa dovremmo cambiare.

Leggerlo mi ha confermato qualcosa che sostengo da anni: i problemi che abbiamo visto durante l’emergenza sanitaria non erano nuovi. Li conoscevamo. Non li avevamo risolti.

Sapevamo che sarebbe arrivata. Non eravamo pronti lo stesso.

Uno dei passaggi più scomodi del libro è anche il più onesto: la pandemia non era un evento imprevedibile. La comunità scientifica lo ripeteva da anni. Esistevano modelli, simulazioni, piani. Eppure quando è arrivata, il sistema ha mostrato tutte le sue crepe.

Perché? Perché sapere non basta. Serve una struttura che trasformi la conoscenza in azione prima che l’emergenza esploda. E quella struttura — a livello di comunicazione istituzionale, di governance locale, di presidio del territorio — non era debole. In molti casi, non esisteva proprio.

Per chi lavora in protezione civile, questo non è un dato astratto. Chi lavora sul territorio queste cose le vede da anni. È la fotografia di un problema che conosciamo: la prevenzione strutturale esiste sulla carta, ma fatica a tradursi in azioni concrete e continuative sul territorio.

L’infodemia non è solo un problema di comunicazione

Il libro insiste molto sull’infodemia come problema comunicativo. Giusto. Ma c’è un passaggio che trovo ancora più importante: la frammentarietà delle fonti istituzionali ha alimentato la confusione quanto le fake news. Quando le istituzioni parlano con voci diverse — o non parlano affatto — il vuoto viene riempito da chiunque.

Questo vale per le pandemie. Vale anche per le alluvioni, per i terremoti, per qualsiasi emergenza in cui la popolazione ha bisogno di capire cosa sta succedendo e cosa deve fare. La comunicazione del rischio non è un accessorio: è parte integrante della risposta.

E la comunicazione del rischio funziona solo se c’è, prima, una governance del rischio. Senza presidio del territorio, senza conoscenza locale, senza figure che mantengano vivo il legame tra istituzione e comunità, anche il messaggio più chiaro arriva nel vuoto.

Tre lezioni che non possiamo ignorare

Dalla lettura del libro e dal confronto con l’esperienza operativa in protezione civile, ricavo tre lezioni che considero non negoziabili per la prossima emergenza:

  • La prevenzione non può essere episodica. Un piano che esiste solo sulla carta e non viene aggiornato, esercitato, conosciuto dalla popolazione non vale nulla quando serve. La prevenzione è un lavoro ordinario, non straordinario.
  • Il livello locale è decisivo. Il libro parla giustamente di sistema globale e comunicazione nazionale. Ma le emergenze si gestiscono (o si falliscono) sul territorio. Il comune, il sindaco, le squadre locali: sono loro il primo e spesso l’unico presidio reale. Rafforzare questo livello non è decentramento burocratico: è strategia di resilienza.
  • La fiducia si costruisce prima, non durante. Uno dei fallimenti della gestione pandemica è stato chiedere fiducia alle persone nel momento del bisogno, senza averla costruita prima. La relazione tra istituzioni e comunità non si crea nell’emergenza: si coltiva nei mesi e negli anni ordinari.

Il limite del libro — e dove dobbiamo andare

Pandemie & Infodemie è un libro utile, documentato, multidisciplinare. Ha il coraggio di fare diagnosi chiare su cosa non ha funzionato. Ma si ferma lì. Non indica chi deve fare cosa, con quali strumenti, con quale continuità. È forte nell’analisi, debole nella proposta operativa.

E questo è esattamente il punto da cui bisogna ripartire. Capire perché abbiamo sbagliato è necessario. Non sufficiente. La prossima crisi — che sia sanitaria, idrogeologica, climatica — non aspetta che finiamo di analizzare quella precedente.

Il salto che manca è quello dalla diagnosi alla governance: strutture territoriali capaci di prevenire, comunicare, coinvolgere prima che l’emergenza arrivi. Non è un problema tecnico. È una scelta politica e culturale. Abbiamo capito cosa non ha funzionato. Ora il problema non è più capire. È decidere.

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