Il paradosso del volontariato di protezione civile

C’è una frase che ricorre spesso quando si parla di prevenzione:
“Non spetta a noi.”

La si sente dire dai volontari, ma anche – e forse soprattutto – dagli enti.
Il risultato è paradossale: in emergenza il volontariato è sempre pronto, in prevenzione quasi mai coinvolto.

E non per mancanza di volontà.
Ma per mancanza di visione, di corretta applicazione della normativa e di un utilizzo coerente del ruolo per cui il volontariato di protezione civile è nato.

Eppure la legge parla chiaro.

La prevenzione non è un’opzione: è protezione civile

Il D.Lgs. 1/2018 – Codice della Protezione Civile non lascia spazio a interpretazioni riduttive.
La protezione civile non è solo emergenza, ma un insieme di attività che comprendono previsione, prevenzione, mitigazione del rischio, pianificazione, informazione e formazione.

La prevenzione non è un “di più”, né un’attività residuale.
È una funzione strutturale del sistema.

Il problema, quindi, non è se la prevenzione “spetti” o meno alla protezione civile.
La risposta normativa è chiara: sì, spetta.

Il vero nodo è un altro:
come la prevenzione viene declinata
e chi viene messo nelle condizioni di farla.

Il volontariato: risorsa per la prevenzione, non tappabuchi

Il Codice e tutta la normativa attuativa (DPCM 2012, 2013, Linee guida 2019 e 2024) fissano un principio altrettanto chiaro:
il volontariato concorre alle attività di protezione civile, non sostituisce altri enti.

Questo significa due cose, entrambe fondamentali.

La prima:
il volontariato non può essere usato per supplire a mancanze strutturali, carenze di personale o funzioni che competono ad altri soggetti.

La seconda, spesso dimenticata:
il volontariato può e deve essere utilizzato per ciò per cui è stato pensato, formato e tutelato, anche in prevenzione.

Qui nasce la grande distorsione attuale.

Da un lato, volontari impiegati come parcheggiatori in eventi programmati, in attività che poco hanno a che fare con la natura della protezione civile.
Dall’altro, volontari tenuti fuori da attività di prevenzione perché “non è il loro compito”.

In mezzo, un enorme spazio vuoto.

La normativa c’è. L’applicazione molto meno.

Le Linee guida sulla formazione e sulla sicurezza chiariscono un principio semplice ma spesso ignorato:
non tutte le attività sono per tutti, ma molte attività di prevenzione sono pienamente compatibili con il ruolo del volontariato, se correttamente inquadrate.

Conoscenza del territorio.
Monitoraggio leggero e continuativo.
Segnalazione strutturata delle criticità.
Supporto alla pianificazione.
Attività di informazione alla popolazione.
Esercitazioni.

Tutto questo è prevenzione.
Tutto questo è previsto dalla normativa.
Tutto questo può essere svolto dal volontariato, se inserito in una cornice chiara di ruoli, formazione e sicurezza.

Il problema non è che “non spetta ai volontari”.
Il problema è che non si è mai investito davvero su un modello di prevenzione che li valorizzi per ciò che sono.

Responsabilità condivise, non rimpalli

Qui la responsabilità è doppia.

Il mondo del volontariato non può limitarsi a dire “non spetta a noi” quando si parla di prevenzione.
Se la prevenzione è parte della protezione civile, allora è legittimo che il volontariato promuova, chieda e solleciti un utilizzo corretto e sicuro del proprio ruolo.

Allo stesso tempo, gli enti devono smettere di usare il volontariato come soluzione comoda per attività improprie, salvo poi escluderlo quando si parla di prevenzione vera.

La prevenzione non è sostituire altri enti.
È fare ciascuno la propria parte, nel rispetto delle competenze e della normativa.

Uscire dalla logica dell’attesa

Continuare a investire solo sull’emergenza significa accettare implicitamente che qualcosa debba andare storto per attivare il sistema.

La prevenzione serve proprio a evitare questo.
A ridurre i danni.
A proteggere le persone, prima ancora delle cose.

Il volontariato di protezione civile non è nato per tappare buchi né per fare altro da sé.
È nato per essere parte di un sistema.

Se vogliamo davvero parlare di prevenzione, dobbiamo avere il coraggio di applicare fino in fondo ciò che la normativa già prevede.
E di usare il volontariato per quello che è, non per quello che fa comodo.

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4 Responses

  1. Vero concordo pienamente .sono luigi faccio parte della protezione civile di un piccolo paese della Sardegna. Trovo molto interessanti gli argomenti che tratti e soprattutto mi meraviglia che si scriva così poco di quelli che sono sul campo di quelli che si sporcano le mani di quelli che prestano il loro tempo.grazie

    • Luigi grazie. È proprio questo: si scrive e si parla troppo poco di chi è sul campo, di chi si sporca le mani e regge davvero il sistema, soprattutto nei piccoli paesi. Io voglio riportare lì il discorso: ruolo, dignità, sicurezza e prevenzione vera.

  2. Buona sera io sono un volontario di protezione civile da ormai 30 anni.
    Sono un fondatore di un’associazione di protezione civile della Brianza.
    Io non capisco come mai i volontari di protezione civile oggi sono adoperati per servizi che secondo me non ci competono.
    Esempio prevenzione per le gare ciclistiche fiaccolate ecc.
    Non la riconosco più questo sistema che oggi viene adoperato nell’usare i volontari di protezione civile.
    Siamo addestrati e equipaggiati per la prevenzione in caso di emergenze di alluvione,incendi, terremoti è altre emergenze non per fare le attività che non competono ad un’associazione è ai loro volontari.
    Mi scuso se non è così.
    Forse io ho la visione che vede il volontariato di 30 anni fa’.
    Ma per me le associazioni di volontariato di protezione civile se non cambia qualcosa andranno a finire.
    Anche perché a livello legale non so se succede qualcosa chi ne risponderà.
    Scusate della mia sfogatura,ma vi seguo e so che voi ci mettete tutto il vostro impegno a fare capire cos’è il ruolo dei volontari.
    Grazie.

    • Antonio, ti capisco benissimo. Non è “nostalgia”: è che il volontariato si è snaturato. Se vieni usato per tutto, alla fine non sei più protezione civile. Servizi generici che non hanno a che fare con la protezione civile, né tantomeno con la prevenzione, trasformano i volontari in tappabuchi.
      E hai ragione anche sulle responsabilità: oggi c’è troppa ambiguità e a rimetterci rischiano sempre i volontari. Per me il punto è rimettere confini chiari: cosa si fa, cosa no, chi decide e chi risponde.

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