Ho scritto molte volte dei volontari di protezione civile utilizzati per attività che poco hanno a che fare con la loro funzione.
Parcheggi, viabilità, manifestazioni, servizi richiesti perché “tanto ci sono i volontari”.
Questa volta, però, voglio guardare dall’altra parte.
Perché certe richieste possono essere inappropriate, ma qualcuno, dall’altra parte, le accetta.
Ed è qui che il problema diventa più complesso.
Ci sono organizzazioni che accettano un servizio per mantenere un buon rapporto con l’amministrazione. Altre perché quella presenza garantisce visibilità. In altri casi possono pesare una sede, un mezzo, un contributo, il timore di perdere un ruolo o semplicemente la volontà di non entrare in contrasto con chi amministra.
Non è così ovunque.
Ma fingere che questi meccanismi non esistano significa non affrontare una delle ragioni per cui il volontariato di protezione civile rischia, lentamente, di perdere la propria identità.
Ogni sì lascia qualcosa dietro di sé
Il problema non è soltanto il singolo servizio.
È il precedente che crea.
Quando un’organizzazione accetta stabilmente attività che non appartengono alla funzione per cui è nata, rende più difficile per un’altra organizzazione dire di no.
La risposta, prima o poi, arriva:
“Gli altri lo fanno.”
E così l’eccezione diventa abitudine. Poi l’abitudine viene data per scontata. Alla fine quello che ieri era una disponibilità occasionale rischia di essere percepito come un compito normale del volontariato.
Una scelta presa da un singolo gruppo può quindi produrre conseguenze molto più ampie.
Per questo chi guida un’organizzazione ha una responsabilità che non si ferma ai propri volontari.
Quando prevale la sigla sul territorio
C’è poi un’altra fragilità che conosciamo bene.
Associazioni che operano nello stesso territorio, magari a pochi chilometri di distanza, ma che faticano a lavorare davvero insieme.
Si difende la propria identità, il proprio spazio, i propri mezzi, il proprio rapporto con l’amministrazione. A volte si finisce perfino per vivere le altre organizzazioni come concorrenti.
E quando succede, perde il territorio.
Perché la protezione civile non dovrebbe essere una somma di sigle che convivono. Dovrebbe essere un sistema capace di conoscere le proprie risorse, integrarle, utilizzarle dove servono e farle crescere insieme.
Anche i coordinamenti rischiano di perdere la propria funzione quando vengono vissuti come luoghi di rappresentanza, di posizione o di equilibrio tra gruppi, anziché come strumenti per costruire capacità territoriale.
Nel frattempo, energie che potrebbero essere dedicate alla conoscenza dei rischi, alla pianificazione, alla prevenzione, alle esercitazioni, all’informazione della popolazione e alla preparazione finiscono assorbite da una quantità di servizi che con questa prospettiva hanno poco a che fare.
È così che lo snaturamento può avvenire senza quasi accorgersene.
Ma il vuoto non nasce da solo
Sarebbe però troppo semplice attribuire tutto questo alle associazioni.
Il volontariato di protezione civile opera dentro un sistema pubblico.
Quando manca una regia chiara, quello spazio viene inevitabilmente riempito.
Se il Comune non individua priorità, ruoli e modalità di impiego; se il piano di protezione civile rimane un documento invece di diventare uno strumento di lavoro; se il rapporto con le organizzazioni si basa più sulle persone che sulle funzioni, diventano più forti le consuetudini, gli equilibri costruiti nel tempo e i rapporti personali.
A quel punto può diventare centrale il gruppo più disponibile, il presidente più presente o il coordinatore con il rapporto più stretto con l’amministrazione.
Non necessariamente perché quella sia la soluzione migliore per il territorio, ma perché manca una regia capace di tenere insieme il sistema.
La responsabilità, quindi, è condivisa.
Da una parte chi amministra deve sapere cosa chiedere al volontariato e per quale finalità. Dall’altra, chi rappresenta il volontariato deve sapere quando una richiesta è coerente con il proprio ruolo e quando non lo è.
Chi guida deve essere formato anche a dire di no
Essere presidente o coordinatore non significa soltanto conoscere mezzi, persone e procedure operative.
Significa comprendere il ruolo della propria organizzazione dentro il sistema di protezione civile e avere la capacità di difenderlo anche quando sarebbe più semplice assecondare una richiesta.
Perché dire sempre sì non è necessariamente sinonimo di disponibilità.
Può essere il modo più facile per evitare un confronto. Può derivare dal timore di incrinare il rapporto con l’amministrazione, di perdere visibilità, un incarico, una sede, un mezzo o una posizione conquistata nel tempo.
Ed è proprio qui che serve uno scatto culturale.
Il rapporto tra volontariato e amministrazione deve essere forte, continuo e collaborativo. Ma non può diventare un rapporto di dipendenza, di convenienza o di scambio.
Un presidente o un coordinatore non dovrebbe sentirsi costretto ad accettare qualsiasi richiesta per risultare gradito all’amministratore di turno.
E un’amministrazione non dovrebbe considerare il volontariato come una disponibilità permanente da utilizzare ogni volta che serve qualcuno.
Quando prevalgono queste dinamiche, la domanda non è più cosa serva alla protezione civile del territorio, ma come mantenere un equilibrio, una posizione o un rapporto.
Ed è lì che il sistema comincia a perdere forza.
Chi guida un’organizzazione dovrebbe quindi essere formato anche su questo: competenze, limiti, responsabilità, rapporti con gli enti locali, capacità di lavorare in rete e visione del ruolo che il volontariato deve avere sul territorio.
E deve sapere anche dire di no.
Non per chiudersi.
Per proteggere una funzione.
Essere presenti non significa soltanto esserci
Il valore di un’organizzazione di volontariato non può essere ridotto al numero dei mezzi, delle persone, delle ore di servizio o degli interventi svolti.
È un insieme molto più ampio.
Conta quanto conosce il proprio territorio, quanto contribuisce alla prevenzione, quanto è capace di prepararsi prima dell’emergenza, quanto investe nella formazione, quanto collabora con le altre realtà e quanto riesce a mettere a disposizione le proprie capacità dentro un sistema più grande del singolo gruppo.
Conta anche la capacità di cambiare.
Superare abitudini che non funzionano più, utilizzare meglio strumenti e tecnologie, leggere nuovi bisogni, costruire relazioni e contribuire a una cultura della prevenzione più consapevole.
Essere presenti sul territorio significa anche questo.
Non soltanto arrivare quando accade qualcosa, ma conoscere ciò che può accadere, lavorare perché le conseguenze siano minori e aiutare quella comunità a diventare più preparata.
È questa dimensione che può rendere il volontariato non soltanto utile, ma davvero fondamentale e lungimirante.
Tornare alla domanda giusta
Davanti a ogni richiesta, chi guida dovrebbe riuscire a fermarsi un momento e chiedersi:
questa attività rientra davvero nelle competenze e nella funzione della protezione civile?
Rafforza il sistema del territorio?
Contribuisce alla prevenzione, alla preparazione, alla conoscenza e alla capacità di lavorare insieme?
Oppure sta semplicemente risolvendo un’esigenza contingente che qualcun altro dovrebbe affrontare in modo diverso?
Se la risposta è coerente con la funzione della protezione civile, si lavora insieme.
Se non lo è, dire di no non significa essere meno disponibili.
Significa evitare che una disponibilità nata per proteggere il territorio venga trasformata, un servizio dopo l’altro, in qualcosa di diverso.
Il volontariato di protezione civile non ha bisogno di conquistare uno spazio vicino a chi amministra.
Ha bisogno di avere un ruolo chiaro, autonomo e riconosciuto dentro un sistema.
Ed è da lì che si ricomincia a costruire.

One response
Nella tua valutazione non ci sono errori anzi è così che dovrebbe essere, però spesso ci sono delle dinamiche che sono presenti da anni che non sono facili da cambiare, anche perché molte volte ai vertici non sempre ci sono persone disposte ai cambiamenti e molte volte non hanno il potenziale umano che riesce a supportare tali cose.Non per questo quello che riescono a fare molte volte e una via di mezzo tra il giusto e quello come dici tu molto meno.Ci vuole cambio generazionale e non solo di anagrafe