Non basta sapere che piove: serve sapere dove, come e su cosa. Il vero rischio è la sottovalutazione.
In questi giorni il maltempo ha colpito duramente il Veneto, in particolare il Vicentino, dove purtroppo si contano anche due vittime. A loro e alle loro famiglie va il mio pensiero più profondo. Ma il Veneto non è stato l’unico: il Piemonte ha subito danni pesanti, e più in generale viviamo ormai un fenomeno ciclico. Oggi tocca alla Liguria, domani all’Emilia-Romagna, alla Toscana, alla Sicilia… sempre più spesso, sempre più grave.
Ogni volta che accade un evento così, ci si affretta a parlare di millimetri di pioggia caduti e di eccezionalità. Ma siamo sicuri che sia sempre così eccezionale? O forse l’eccezionalità è ormai diventata la nuova ordinarietà? Il punto vero, però, non è solo quanto piove, ma dove piove, come il territorio risponde e che tipo di impatto può generare. Perché una pioggia intensa su un terreno fragile, saturo o abbandonato può essere devastante.
Il rischio non è mai solo legato all’evento in sé. La protezione civile ci insegna che il rischio è il risultato della combinazione tra pericolosità, vulnerabilità ed esposizione. La pericolosità è la probabilità che accada un certo evento (una frana, un’alluvione), la vulnerabilità è quanto siamo fragili di fronte a quell’evento (ad esempio edifici costruiti in zone critiche), e l’esposizione è quante persone o beni si trovano in quella zona. È su questo equilibrio che si gioca la vera prevenzione. Ed è proprio qui che, troppo spesso, tutto salta.
Quando un territorio è saturo d’acqua, basta poco perché si trasformi in un disastro. Ma non è “colpa del clima”. È colpa del fatto che non abbiamo ascoltato i segnali. È colpa della sottovalutazione dei rischi. I piani di emergenza servono proprio a questo: a conoscere il territorio, a prevedere dove potrebbero esserci fragilità, a mettere in campo azioni concrete prima che accada l’irreparabile. Ma se restano chiusi in un cassetto o compilati solo per obbligo, non servono a nulla.
Parliamo di manutenzione degli argini, di pulizia dei fossi, di controllo dei ponti, della cura dei versanti montani. Non sono grandi opere, sono buone pratiche. Sono azioni semplici ma costanti, che richiedono volontà politica, attenzione e una cultura del territorio che oggi troppo spesso manca.
E poi c’è un mondo che andrebbe valorizzato molto di più: il volontariato di protezione civile. Volontari che conoscono i luoghi, che possono monitorare, segnalare, informare. Ma che ancora oggi vengono usati per fare i parcheggiatori alle sagre o reggere le transenne durante le feste di paese. Serve un cambio radicale. Non servono solo strumenti sovracomunali, ma un approccio sovraculturale. Perché finché parleremo solo di cambiamento climatico e non di cambiamento di mentalità, resteremo sempre un passo indietro.
La verità è che non basta sapere che sta per piovere. Bisogna sapere dove può fare danni, su quali fragilità può impattare. La previsione è importante, ma senza una corretta lettura del territorio, senza una vera protezione civile attiva, senza piani aggiornati e senza una cultura della prevenzione, non basta.
È come mandare un operaio in un cantiere senza casco, senza sapere se il ponteggio è sicuro. Nessuno lo farebbe. E invece nel nostro territorio lo facciamo ogni giorno. Perché, alla fine, il problema non è solo il meteo.Il problema è il modo in cui lo affrontiamo.
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12 Responses
Condivido le tematiche, rispettoso approvare un confronto, dialogare problemi Ambientali e sicurezza, dare un imput migliore di ragionare ai Comuni, sono loro ha mettere in evidenza rischi e pericoli pur di far valere la loro cattiveria….. Continuare il dialogo è bello mi fermo per rispetto altrimenti verrebbe fuori un fascicolo imprtamre e molto lungo 🇮🇹🦜🇮🇹💚
Grazie Marco,
servono proprio questi confronti sinceri per uscire dalla narrazione superficiale e affrontare davvero i nodi della sicurezza e della prevenzione.
Continuiamo a parlarne, senza filtri e con il coraggio delle idee.
Concordo pienamente quanto detto sopra i volontari di protezione civile non sono dei parcheggiatori o gestori di transenne… Servono per aiutare comunicando con chi di dovere le fragilità del proprio territorio
Luca, hai centrato due aspetti che troppo spesso vengono ignorati. I volontari di protezione civile non sono manodopera da evento, ma persone con competenze che servono per leggere il territorio, dialogare con chi ha responsabilità e dare supporto vero. Usarli come parcheggiatori non solo è uno spreco, ma è una mancanza di rispetto verso il senso stesso del volontariato e della protezione civile.
Pochi commentano anche sul fatto che l’idrografia minore (consorzi di bonifica) ad oggi è più facile vederla interrata per lasciare spazio ad edificazione mal gestira,ma anche ad aumentare le superfici da utilizzare ai fini dell’attività agricola ponendo così i torrenti, fiumi unici scoli che per la poca manutenzione non riescono più a supportare quantità d’acqua che, nel corso degli ultimi 300 anni, si son sempre verificati (vedi Autorità di Bacino -PGRA).. IL DISFATTISMO tanto acclamato, hai pienamente ragione, ci fa perdere gli obbiettivi ed il modo di fare le “cose che servono”, cose che o nostri bisnonni, nonni facevano. Impariamo dalle storica Repubblica di Venezia che già nel 1400 inizia un percorso di “regimentazione e pulizie” dei fiumi e per non parlare degli antichi romani che, con il loro “Graticolato” regimantavono scolina per scolina, fosso per fosso, in ogni suo quadrato. La storia si è persa nella nostra memoria… meno previsioni e più????????
Hai perfettamente ragione, Gigi. La storia ci ha già insegnato molto, ma sembra che oggi siamo troppo presi dal tentare di prevedere, piuttosto che dal fare.
L’idrografia minore viene ignorata, interrata, cancellata dalla pianificazione urbana e agricola. Ma è lì che spesso si gioca la tenuta di un territorio.
Forse dovremmo iniziare a rileggere con umiltà la storia, imparare dai romani e dalla Serenissima, e smetterla con la rincorsa al sensazionalismo.
Meno previsioni, più manutenzione.
Essere trattati, sia pure con COC e ordinanze sindacali o prefettizie presentì ed attive, come parcheggiatori e addetti alle transenne sta diventando ormai il pensiero diffuso di organizzatori di sagre, eventi etc.
Veramente avvilente e deludente.
Hai ragione, Simone. Hai toccato uno dei tasti più dolenti.
Essere trattati come “quelli delle transenne” è avvilente, e purtroppo sta diventando la normalità.
La Protezione Civile non è un servizio logistico per le sagre, ma un pilastro della sicurezza e della prevenzione.
Se non si ristabilisce subito il senso dei ruoli, chi è competente davvero finirà per stancarsi.
E a quel punto non ci saranno né transenne né volontari. Solo silenzio.
Basta solo avere il coraggio di dire no e dedicarsi solo ed esclusivamente a servizi di protezione civile
Hai centrato il punto, Giovanni. A volte basterebbe solo quel ‘no’ detto con convinzione per riportare il volontariato alla sua vera missione. Non servono grandi discorsi, serve solo coerenza e dignità nel ruolo che si ricopre.
Credo sia sottinteso nella necessità di cambio di mentalità anche smettere di cementificare ovunque indiscriminatamente, continuare a produrre ed inquinare solo per il consumo ed il consumo sfrenati, smettere di chiudere gli occhi insomma su tutto quello che accelera il cambio climatico e decidere di rinunciare a tanto che poi comunque non ci porta né reale benessere e felicità tantomeno sicurezza per noi e per i futuri abitanti di questa terra. Opporsi quindi alle scelte scellerate di questi governi e multinazionali, opporsi a chi vuole costruire fabbricare e quindi usare armamenti di ogni tipo. Si, alcune cose, le prime più importanti le abbiamo dette. Ora bisogna praticarle, in tutti i modi a noi possibili, senza usare nessuna violenza, ma solo il cervello ed il cuore.
Hai ragione Cinzia, serve un cambio radicale di mentalità. Ma non deve restare un bel pensiero scritto: va agito, con il coraggio delle scelte quotidiane. Senza estremismi, ma con fermezza. Perché ogni piccolo gesto può spostare qualcosa, se fatto con coerenza e con la testa alta.