La narrazione del nubifragio

Ogni volta che si verifica un evento intenso, come un nubifragio, si rincorrono analisi, grafici, spiegazioni tecniche. Si parla di celle temporalesche, di convergenze al suolo, di millimetri caduti in poche ore. Tutto spiegato con dovizia di particolari. Ma alla fine, dopo tutte queste parole, la domanda vera resta senza risposta: cosa si poteva fare per evitare quei danni?

E se la spiegazione meteorologica basta a chiudere il discorso, allora viene da chiedersi: che senso ha tutto il sistema di Protezione Civile?

La Protezione Civile nasce per proteggere, non per raccontare

La Protezione Civile è nata per proteggere le persone, il territorio, le comunità. Non si occupa solo di emergenze, ma lavora ogni giorno per prevedere i rischi, prevenirli e gestirli in modo coordinato. Il sistema è costruito su basi normative molto chiare: il Decreto Legislativo 1/2018, in particolare il Capo III, ha definito le attività per la previsione e la prevenzione dei rischi, stabilendo che il Sindaco è l’autorità locale di protezione civile e che ogni Comune deve dotarsi di un Piano aggiornato, capace di affrontare i diversi scenari di rischio.

La pianificazione è definita dalla legge come attività di prevenzione non strutturale (art. 18), ed è parte integrante delle azioni necessarie per tutelare i cittadini.

Il sistema non lavora da solo: collabora con ARPAV, con le Università, con il CNR, con i Consorzi, con i volontari, con chi conosce davvero il territorio. La collaborazione con il mondo scientifico è prevista esplicitamente anche all’art. 21, che consente di designare centri di competenza per fornire dati, studi e supporto tecnico. Nessuno lo vieta. Il punto è che basta conoscere la normativa per attivare davvero tutte queste risorse, senza improvvisare.

Previsione e allerta non sono la stessa cosa

Una verità troppo spesso ignorata: le previsioni meteo non sono allerte di Protezione Civile. Le previsioni sono strumenti tecnici, scientifici, elaborati da enti competenti. L’allerta, invece, è una valutazione istituzionale, emessa da chi è dentro il sistema di Protezione Civile, e tiene conto non solo della pioggia attesa, ma anche della vulnerabilità del territorio e dell’esposizione delle persone. È sulla base dell’allerta – non della previsione – che si attivano piani, si aprono i COC, si mobilitano le risorse.

Chi risponde quando qualcosa va storto?

Se crolla un ponte, se un quartiere viene evacuato tardi, se un cittadino perde la vita, chi è chiamato a rispondere? Non certo chi ha fatto la previsione. Non il divulgatore meteo. Risponde il Sindaco. Lo dice chiaramente la normativa: il Sindaco è l’unico responsabile locale del piano di protezione civile, della sua attuazione, della comunicazione e delle decisioni operative.

E quando la gestione fallisce, la legge non perdona. Il Codice è preciso: il Sindaco non può più dire “non sapevo”, “non avevo mezzi” o “aspettavo istruzioni”. Ha il dovere di agire, di coordinare, di decidere. E per farlo deve conoscere gli strumenti che la legge mette a disposizione.

Anche rispetto all’art. 22 del Codice, pur non essendo menzionati esplicitamente, i Sindaci possono svolgere un ruolo fondamentale: promuovere accordi, richiedere dati a centri di competenza, costruire reti operative con i soggetti tecnici e scientifici, e integrare questi dati nella pianificazione comunale. Possono e devono attivarsi per costruire azioni coordinate di prevenzione, anche se non strutturali. Non sono soli, ma devono essere protagonisti del sistema.

I volontari lo sanno bene

Chi opera davvero nel sistema lo sa. I volontari di Protezione Civile sono spesso i primi ad arrivare e gli ultimi ad essere ascoltati. Segnalano criticità, conoscono il territorio, sanno quando una strada è a rischio o un canale trascurato. Ma spesso le loro segnalazioni vengono ignorate. Eppure, sono loro la rete viva della prevenzione, e non vanno attivati solo per spalare fango, ma anche per monitorare, informare, formare, prevenire.

Non esistono solo soluzioni estreme

Ogni volta si invoca un bacino di laminazione, un’opera ingegneristica, un intervento strutturale. Certo, servono anche quelli. Ma non possono essere l’unica risposta. Il rischio si governa con:

  • manutenzione ordinaria;
  • gestione del reticolo idraulico minore;
  • aggiornamento dei piani comunali;
  • campagne informative;
  • esercitazioni;
  • alleanze operative tra Comuni, ARPAV, Genio Civile, Consorzi, Università.

Il Capo III del Codice della Protezione Civile è chiaro anche su questo: le azioni di prevenzione devono essere integrate e coordinate, sia strutturali che non strutturali. E secondo quanto previsto dall’art. 22, il Dipartimento può assicurare il monitoraggio degli effetti delle azioni di previsione e prevenzione e individuare le priorità d’azione tramite apposite direttive. Le Regioni, a loro volta, sono chiamate a definire strumenti analoghi per pianificare e coordinare le azioni di prevenzione a livello territoriale, con oneri a carico dei propri bilanci.

La Protezione Civile è un sistema

È costruita su più livelli: Comune, Regione, Stato. Si fonda su collaborazione, responsabilità, pianificazione. Ognuno ha un ruolo chiaro. Chi prevede supporta. Chi governa decide. Chi gestisce risponde. Nessuno si salva solo raccontando cosa è successo dopo. Nessuno può fare tutto da solo.

La scienza è fondamentale. Ma deve stare dentro un sistema, non sopra di esso.

La verità da dire con chiarezza

Non basta osservare e commentare. Bisogna intervenire.
Non basta dire che è cambiato il clima. Bisogna adattarsi e agire.
Non basta un post o una previsione. Serve un piano attuabile e conosciuto.

Il rischio non si racconta. Si governa.
E chi fa davvero Protezione Civile lo sa bene.

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